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In prima persona. Dagmawi, Tighist e gli altri

a cura di Leonardo De Franceschi

La parola ai protagonisti di Come un uomo sulla terra

Martedì 7 ottobre, Nuovo Cinema Aquila di Roma, ore 20. Stavolta sono venuto un’ora prima, visto che alla proiezione del 23 settembre, quella con Celestini e Fofi, dopo aver chiacchierato con una dozzina di amici e colleghi, mi sono accorto che la lista delle prenotazioni – ah, allora ci si poteva prenotare, ma al telefono mi avevano detto... – era chiusa. La sala 1, quella da quasi duecento posti, anche oggi è strapiena e carica di attesa. Un assessore di questo municipio di frontiera ricorda come quella che stiamo per vedere è una storia che riguarda da vicino Roma e i romani, visto che quello stesso giorno è stata ritrovata morta una donna bruciata all’interno di un vagone ferroviario dov’era andata a passare la notte, come tanti migranti, lei stessa forse migrante. Al termine della proiezione, salutata da un applauso che stenta a materializzarsi, per paura di interrompere la tensione che segue il nero, dalla penombra emergono i protagonisti di Come un uomo sulla terra, i registi Andrea Segre e Dagmawi Yimer, il produttore Marco Carsetti, e, molto emozionata, Tighist, una delle testimoni: «Il governo italiano mi sembra un governo africano. Sapendo tutte queste cose, perché sta dando alla Libia tutti gli strumenti per far soffrire quella gente che sta lì?».

Va dritta al punto, Tighist. Carsetti spiega l’esperienza di Asinitas, da cui è nato il documentario: «Mi chiamano il produttore di questo film. Le associazioni di promozione sociale non producono documentari, ma da un po’ di anni a questa parte insieme ad Alessandro Triulzi, e a partire dal contesto della scuola di italiano Asinitas, abbiamo cominciato un lavoro sull’archivio della memoria migrante. E poi con Andrea, Riccardo, Dag, ci siamo detti che era giunto il momento di far uscire fuori queste voci, in modo che anche altre persone potessero rendersi conto della guerra che sta avvenendo, contro persone che non hanno altro che i propri corpi per difendersi. E quindi abbiamo con molta fatica pensato di produrre questo documentario. Per me personalmente il film ha anche un significato politico, anche rispetto all’approccio che abbiamo nei confronti dei migranti. Tutti siamo vittime di uno sguardo paternalistico nei loro confronti. Appena si rompe questo muro, nasce un incontro, cominci ad ascoltare le loro storie e diventano persone, non più etichette. Credo che questo film sia un film sull’ascolto. Come diceva Alex Langer, abbiamo bisogno di ricostruire contesti dove incontrare l’altro, perché incontrare l’altro quando non è un essere ipotetico e teorico non è una cosa semplice».

Tutti in sala vogliamo saperne di più. Chiedo a Dag quanto sia stato difficile mettersi in gioco in questa esperienza del documentario, raccontare la sua storia e fare da tramite, spingendo altri a mettersi in gioco: «Per me è stato molto importante contribuire con la mia storia a questo film, che mi tocca personalmente. Volevo farlo, anche raccogliendo le testimonianze, che sono uscite perché avevamo iniziato due anni fa a raccogliere la memoria degli immigrati con Alessandro Triulzi e Marco Carsetti. Per me è stato un lavoro e lo sentivo anche personalmente come un obbligo nei confronti di quelli che stanno ancora lì in Libia». Ma, e questo aspetto nel documentario non emerge, come vivono i libici la presenza dei migranti? Con fastidio, ostilità? Cercano tutti di approfittarne come possono, oppure esiste una sorta di solidarietà di base? «Ci sono persone buone che capiscono che hai problemi, ti affittano le case, ti portano con il taxi, ma la maggior parte è diversa. Dentro ogni famiglia ci sono quattro, cinque poliziotti. Tutti informano i poliziotti che in un casa ci stanno gli abeshi, gli etiopi, gli eritrei, i somali. E poi è difficile incontrare la gente per strada. È un paese deserto. Non ci si incontra nemmeno nei negozi, ci sono quelli per gli immigrati e quelli per i cittadini».

Una ragazza nel pubblico chiede a Dag se tra quelli che vogliono partire c’è la consapevolezza dei rischi cui vanno incontro. «Noi che usciamo dal nostro paese siamo contro il governo, quindi tutto quello che raccontiamo qui o da un’altra parte in Libia, il governo cerca di non farlo sapere, si sforza di coprire il fatto che c’è un flusso di immigrati che si muove per motivi politici o altro, e che ci sono tanti che soffrono in Libia o in Kenia. So che questo film non verrà proiettato ad Addis Abeba, però spero che nelle famiglie che lo vedranno, il film creerà un po’ di coscienza. Che quelli che partono conoscano queste difficoltà. Ma non si può dir loro di non partire». Ricorda Carsetti: «Il lavoro precedente di Andrea Segre, A sud di Lampedusa, si chiude con un ragazzo che dice “Io sono cresciuto in questo villaggio, in una strada polverosa dove non c’è niente, senza una lira in tasca, e ho vent’anni. Provate a dirmi di non partire.” Non ci sono solo ragioni economiche o politiche alla partenza, c’è in ballo il proprio futuro, la voglia e il desiderio di costruirsi un futuro, di diventare adulti. Le notizie ci sono ma non solo quelle che fermano le persone».

D’altra parte, si chiede Segre, quali alternative hanno per venire in Occidente? «Un mio caro amico che oggi lavora come capo accoglienza alle Scuderie del Quirinale, senegalese, mi ha detto: “Se io avessi fatto richiesta alle Scuderie del Quirinale, prima di partire da Dakar, che volevo lavorare lì, pensi che mi avrebbero fatto venire? No, sono dovuto venire con il gommone, e passare anni e anni in clandestinità”. Investiamo tantissimo nelle politiche securitarie, stiamo iniziando a investire molto nelle politiche di dissuasione per cercare di convincere le persone che è meglio stare a casa. Investiamo pochissimo nell’accoglienza e nell’integrazione, anche nei casi di status di rifugiato politico e di richiesta asilo. Ma gli stati europei, Italia in testa, non spendono quasi nulla per creare dei canali di immigrazione regolare. Non ci possiamo lamentare. Vengono così perché non esiste altro modo». Continueranno a venire. Non ci sono accordi che possano fermarli, nonostante – come ricorda una spettatrice indignata, che si augura il documentario produca un po’ di sana rabbia pasoliniana – il ministro degli interni si stracci le vesti, rimproverando ai libici di non rispettare gli impegni.

Ma anche Come un uomo sulla terra continuerà il suo viaggio. Dopo il 2. Festival del documentario narrativo di Salina, dove si è aggiudicato tutti e tre i premi in palio, quello del pubblico, quello della giuria ufficiale presieduta da Curzio Maltese, e quello della giuria brasiliana diretta da Leon Cakoff, per effetto di quest’ultimo premio, sarà ospitato alla Mostra internazionale del cinema di San Paolo del Brasile. Come sottolinea Giovanna Taviani, direttrice del Salina Doc Fest, «il film ha vinto il premio del pubblico, a dimostrazione del fatto che un pubblico per il documentario esiste. Noi siamo una generazione di invisibili. Invisibili sono gli operai e gli immigrati protagonisti di queste storie. Invisibili siamo noi documentaristi che non riusciamo ad andare in sala. In un’intervista a Dag di Giovanni Maria Bellu uscita sull’Unità, Bellu parlava dello sguardo di Dag, quest’occhio malinconico che ci conduce in questa storia e che è in bilico tra oblio, voglia di dimenticare – io aggiungerei anche il senso di colpa del sopravvissuto – e invece il riscatto, la voglia di raccontare. Dag è arrivato soltanto due volte in un’isola siciliana, la prima volta da immigrato e la seconda da regista, perché grazie ad Asinitas lui è diventato un narratore della sua storia, e questa è una cosa importantissima. Ma dietro questo stesso sguardo c’è lo sguardo dei registi, di tutta una generazione di documentaristi che si è come risvegliata da un lungo sonno. Mi viene da pensare a quel quadro di Paul Klee di cui parla Walter Benjamin, L’angelo della storia. È un angelo che ha gli occhi rivolti verso il passato dove vede soltanto un cumulo di rovine e di macerie, però un vento spira alle sue spalle e lo porta verso il futuro. Io spero che questi nuovi documentari e questa forza di guardare quello che ci accade intorno ci trascinino verso un futuro diverso».

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