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Festival di Roma: tre minuti con Sissako

di Leonardo De Franceschi

Intervista esclusiva al regista de Le rêve de Tiya

Una sala Sinopoli gremita e attenta ha salutato con affetto sei degli otto registi di 8 (mancavano Van Sant e Kounen), presentati con la consueta cura da Giorgio Gosetti. Molto si è parlato del film, delle polemiche che ha suscitato in seno alle Nazioni Unite, dei singoli episodi. Interpellato, così si è espresso Abderrahmane Sissako sul suo Le rêve de Tiya, che prende spunto dal primo Obiettivo del Millennio, Sradicare la povertà estrema e la fame.
Anzitutto non ho scelto questo soggetto. Ogni soggetto interpella un artista. A me è toccato il primo obiettivo: Ridurre la fame e l’estrema povertà. Evidentemente per me era molto importante cercare di andare contro l’immagine persistente che esiste del continente africano, cioè mostrare la povertà come la mostra la televisione, cioè la fame, le persone malate. Volevo fare una cosa un po’ differente. M’interessava piuttosto l’avvenire, i bambini. Per me era importante mostrare i bambini come una coscienza. I bambini hanno coscienza delle cose perché vivono nel quotidiano le difficoltà che ci sono. Credo che la realtà della situazione del mondo oggi è che pochissimo si sta facendo per cambiare le cose. Ci domandiamo: un film può cambiare la realtà delle cose? Sappiamo che questo film non cambierà il destino dell’Africa o degli altri ma che noi come artisti non stiamo con le mani in mano è una cosa molto importante. Credo che oggi ancor più con la crisi finanziaria in corso dobbiamo renderci conto che la ricchezza nel mondo non è condivisa, dunque che cosa si può fare per ridistribuire questa ricchezza e ridurre la povertà?

Quando a Cannes abbiamo letto che eri coinvolto nel progetto di 8, ci siamo un po’ meravigliati, pensando all’attacco molto duro che avevi rivolto alle istituzioni internazionali in Bamako. Hai accettato perché eri sicuro che ti avrebbero lasciato del tutto libero di esprimere il tuo punto di vista sugli Obiettivi del Millennio?
Due cose. Anzitutto pensavo fosse importante che in questa serie ci fosse un regista che veniva da un continente come l’Africa che è coinvolto, dunque bisognava accettare per poter esistere. Questo è stato il primo motivo. Il secondo è che per me è stato subito chiaro, se non avessi potuto far questo con la mia libertà non l’avrei fatto. Dunque è stata per me una precondizione quella di essere libero di dire quello che penso, che non credo agli Obiettivi del Millennio. Che non ci credo e che, nonostante la sensazione che non saranno rispettati nel 2015, e che non si avrà il risultato atteso, non si comincia a dire che è stato un fallimento. Credo che sia una cosa molto importante. Bisogna che le Nazioni Unite abbiano la consapevolezza che ci sono delle cose che non vanno. Non possiamo aspettare il 2015 per dire: ci dispiace, non ha funzionato per questo e quest’altro motivo. Per realizzare davvero gli Obiettivi del Millennio ci vorrebbe una mobilitazione molto più forte da parte di tutti, ma anche una sorta di autocritica delle Nazioni Unite. Non bisogna che le Nazioni Unite diventino qualcosa di astratto.

I produttori erano a conoscenza del tuo punto di vista sugli Obiettivi? Sei stato chiaro con loro su questo punto o hai barato un po’?
No, no... Ho detto ai produttori che quello che mi interessava non era mostrare la povertà come mostra la televisione…

Mi riferisco proprio alla frase che pronuncia Tiya, quando dice di non credere agli Obiettivi. Era in sceneggiatura? L’hanno letta?
Non ho detto tutto subito. Ho detto questo poco a poco. Credo che sono stati molto aperti e hanno compreso.

Credi che la reazione delle Nazioni Unite contro il film sia dovuta anche al tuo episodio?
No, non credo. Le Nazioni Unite sono un’istituzione che ha persino accettato che si facesse una guerra in Irak. E’ stata una decisione grave.

Come mai hai scelto di girare in Etiopia?
Perché vivo praticamente lì, mia moglie è etiope e per me era importante girare lì.

Leonardo De Franceschi | 3. Festival Internazionale del Film di Roma

Leggi la recensione di 8.

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