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Festival di Roma: The Tree of Ghibet

di Amedeo e Nevina D’Adamo-Satta

Il ruggito di Douala

Dopo l’anteprima mondiale al Torino Film Festival dello scorso anno, anche il pubblico del Festival di Roma ha potuto apprezzare il docudrama The Tree of Ghibet (2007), girato in digitale e in 16 mm a Douala (Camerun) da una giovane coppia, italo-americana, di filmmaker, Amedeo D’Adamo e Nevina Satta. Presentato nella sezione “Alice nelle città”, il film è il primo di tre film concepiti nell’ambito di The Traveling Film School, un istituto di formazione cinematografica itinerante con base a Milano e Los Angeles, che fa tesoro delle precedenti esperienze di regia e didattica del cinema dei due filmmaker. Il progetto, nato sulla scorta di un primo viaggio di Satta a Douala nel 1999, anch’esso finalizzato a un’esperienza di formazione, si appoggia a una rete di ostelli religiosi che danno asilo a ragazzi di strada: D’Adamo e Satta hanno avviato un processo di training prima teatrale e poi cinematografico con alcuni di essi, dando loro gli strumenti per partecipare fattivamente alla realizzazione di un film ispirato al loro vissuto, partendo da uno script di un’ottantina di pagine.

Come ha sottolineato in sala lo stesso D’Adamo, il plot è nato dalla rielaborazione di una serie di fiabe locali, legate in particolare al tema, molto sentito dai ragazzi di strada, dello spirito protettore. Ghibet (un’intensa Corinne Kameny, l’unica inteprete professionista), poco più che adolescente, è la leader indiscussa di una banda di ragazzini, che comanda a bacchetta, dicendosi protetta da un dio-leopardo. I piccoli puliscono vetri, fanno traffici, talvolta si prostituiscono: lei si prende i soldi e li tiene come una chioccia accanto al suo albero, sui cui rami stanno il più del tempo a giocare. L’antagonista di Ghibet è Marie, una giovanissima assistente sociale che gestisce un piccolo cineclub: nel pomeriggio i ragazzini vengono a vedersi film al televisore, giocano, e si fermano a dormire in un autobus abbandonato nel comprensorio del cineclub. Un giorno Ghibet si trova ad adottare David Jorge (DJ), un ragazzino abbandonato dalla famiglia perché posseduto: glielo dice subito a brutto muso che la storia della possessione è un pretesto, che i suoi l’hanno abbandonato perché non sapevano che farsene, e DJ cerca affetto come tutti dalla dolce Marie.

La vita quotidiana nelle strade di Douala è un inferno. I ragazzi devono difendersi da mille insidie, e in particolare dai pedofili che li rimorchiano e dopo averli fatti salire in auto e stuprati, li abbandonano morti ai bordi della strada. Capita anche al piccolo Sene che, come tutti gli altri, cercava conforto in un barattolo di colla per biciclette. Ghibet si difende dai sentimenti, lasciandosi andare solo con l’inseparabile Divine, più timida, che l’accompagna nelle sue scorribande. Un giorno finiscono tutti e tre (con DJ), nelle mani di un bizzarro turista sessuale bianco (intepretato dallo stesso D’Adamo) che vorrebbe passare una settimana chiuso con loro in una camera di un residence a fare giochi erotici. Ghibet e gli altri tagliano la corda con la videocamera del bianco e cominciano a filmarsi a vicenda, rivedendosi sul piccolo schermo del videoclub. Finché una notizia terribile si abbatte su Ghibet, e innesca una spirale di vendetta che lascerà i ragazzi sotto la protezione di Marie.

Realizzato con appena 11 mila dollari, alcuni dei quali devoluti da amici e parenti dei due filmmaker come regalo di nozze, The Tree of Ghibet è un interessante film-sinopia, che trascrive in cinema con grande energia e calore il risultato di questo workshop. Girato interamente con luci naturali, in esterni o ambienti reali, con macchina perlopiù a mano, esibisce una forma narrativa aperta, in cui si dispiegano le avventure di Ghibet e dei suoi piccoli protetti, di volta in volta narrate dal punto di vista dell’uno o dell’altra. Numerosi i passaggi a carattere più lirico-rapsodico, tesi a sollevare lo sguardo e a far sentire il tempo di una metropoli africana che corre e abbandona i più deboli al proprio destino. L’unico appunto potrebbe riguardare la cifra talora astratta e fin troppo ellittica della scrittura filmica, che rende The Tree of Ghibet ostico per un pubblico di giovanissimi. Appuntamento in Brasile e in India, dove proseguirà il progetto di The Traveling Film School.

Leonardo De Franceschi | 3. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsThe Tree of Ghibet
Regia: Amedeo D’Adamo e Nevina Satta; sceneggiatura: Amedeo D’Adamo; fotografia: Kevin Atkinson; suono: Ty Higgins; montaggio: Antonietta Della Scala; interpreti: Corinne Kameny, André Bang, Elisée Koundé, e i bambini di strada di Akwa-Douala; origine: Camerun/USA/Italia, 2008; formato: Beta Digital; durata: 80’;produzione: Amedeo D’Adamo e Nevina Satta per The Traveling Film School; sito ufficiale: thetreeofghibet.com

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