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Festival di Roma: Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri

a cura di Maria Coletti

Note dalla conferenza stampa del 26 ottobre 2008

Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri sono una coppia fissa, al cinema come nella vita. Invitati al Festival di Roma a presentare fuori concorso il loro film Parlez-moi de la pluie – scritto e interpretato insieme, diretto dalla sola Agnès – i due attori/sceneggiatori/registi francesi hanno incontrato pubblico e critica nella conferenza stampa, per la verità molto poco affollata, loro dedicata la domenica pomeriggio, dopo la proiezione stampa antelucana prevista alle nove della mattina.
A vederli dal vivo subito dopo aver visto il film sembra quasi che i due si siano scambiati i ruoli rispetto al grande schermo: mentre Agnès Jaoui splende di solarità e di voglia di comunicare, Jean-Pierre Bacri reagisce in maniera più riservata, quasi brusca, rispondendo a monosillabi e con una certa indifferenza.
Dopo un po’ di disagio iniziale – suscitato anche da qualche incertezza sulla lingua da usare durante l’incontro (inglese? francese? italiano con la simultanea?) – l’atmosfera si riscalda: ne approfitto per entrare subito nel cuore del film.

Come ha scelto di lavorare con Jamel Debbouze e come è nata l’idea di introdurre in un film dall’atmosfera intima e familiare il tema dell’immigrazione maghrebina e dei rapporti tra Francia e Algeria?
Sicuramente volevamo lavorare fin dall’inizio con Jamel Debbouze, perché è un amico ed un attore che apprezziamo molto. E volevamo anche affrontare il tema del razzismo, in tutte le sue accezioni, perché nel film è evidente che si tratta anche di razzismo sociale, con i suoi meccanismi di esclusione. Nello stesso tempo siamo convinti che quando si affronta un soggetto scottante come quello del razzismo, è facile cadere nei cliché se lo si affronta troppo frontalmente, così lo abbiamo inserito in un contesto per così dire familiare: del resto la famiglia è una società in miniatura… Penso di avere risposto alla sua domanda...
[Si rivolge a Bacri, che però non prende il microfono, dicendo semplicemente che è d’accordo con quello che lei ha detto… Una piccola scenetta di coppia, i due ridono, ma poi Jaoui riprende il microfono: ha voglia di continuare a parlare].
Ma devo aggiungere che i francesi ancora non amano molto ricordare il proprio passato più vergognoso, come quello coloniale. Forse ci vorranno ancora due o tre generazioni o un altro governo per farlo veramente… Ed in ogni caso è un po’ come accade in famiglia: per un padre è sempre molto difficile ammettere di fronte ai propri figli di avere sbagliato. Chirac ha finalmente chiesto scusa agli ebrei per le deportazioni, ma nessun governo francese si è finora scusato con l’Algeria, la Tunisia e il Marocco…

Perché scegliere una città di provincia e non una grande capitale come Parigi?
Beh, perché il 70-80% dei rimpatriati dall’Algeria, dopo l’Indipendenza, e poi degli immigrati algerini si sono stabiliti proprio in questa regione, nel sud-est della Francia ed è proprio qui che l’estrema destra ha le percentuali più alte… Per tutti questi motivi è una regione molto particolare, adatta al tema del film. E poi devo dire che, in quanto regista, mi risulta più comodo girare in provincia piuttosto che a Parigi: è più facile creare con la troupe e con gli attori una bella atmosfera di condivisione, di fiducia reciproca e di piacere quando si vive insieme per un periodo, invece di tornare ogni sera ciascuno a casa propria...

Il film mescola sapientemente l’estrema precisione della sceneggiatura con il caso che mette a soqquadro le vite dei protagonisti, un po’ come la pioggia che interviene a scombinare tutti i piani… Come lavora sul set? Lascia spazio all’improvvisazione?
Sul set, durante le riprese, non lascio spazio all’improvvisazione, ma seguo la sceneggiatura alla lettera. Però, per la preparazione degli attori, seguo il “metodo” di Resnais – anche se forse non si può definire un metodo, dato che mi sembra del tutto naturale: scelgo gli attori uno ad uno, perché non ci sono piccoli ruoli in un film, e poi leggiamo tutti insieme la sceneggiatura e faccio molte prove con gli attori prima di iniziare le riprese. Questo serve a prendere confidenza con il testo, a conoscerci ed anche a fare le prove con la costumista, con il direttore di fotografia, con l’operatore… E’ importante per me che tutti si conoscano bene prima del primo giorno delle riprese. E poi cerco di mettere a proprio agio ogni interprete, facendogli capire che è l’attore giusto per il ruolo da interpretare, e che quindi non deve fare altro che esserlo.

A proposito di attori, voi amate realizzare film corali…
Certo, provenendo dal teatro, abbiamo deciso di non scrivere mai piccoli ruoli, particine di una o due battute, perché sappiamo bene cosa vuol dire stare dietro le quinte due ore aspettando di poter dire la propria battuta… A partire da questa considerazione, abbiamo cominciato a scrivere sceneggiature con cinque ruoli uguali, anche perché, interpretando noi stessi i film, non ci sarebbe sembrato giusto scrivere ruoli da protagonisti per noi e lasciare agli altri attori solo piccoli ruoli… E poi, ma forse è questo il motivo principale ed avrei dovuto cominciare da questo, le sceneggiature che scriviamo richiedono più personaggi, nascono come storie corali, che hanno bisogno di più personaggi per illustrare per così dire i temi affrontati…

Come è stato lavorare con un’attrice non professionista?
L’attrice che interpreta la madre di Karim (Jamel Debbouze), si chiama veramente Mimouna ed è una donna stupenda, che abbiamo conosciuto circa dieci anni fa, quando abbiamo affittato per un periodo una casa proprio nel sud-est della Francia. I proprietari della casa le avevano chiesto di non farsi vedere da noi, perché pensavano che ci avrebbe dato fastidio vedere “un’araba” nel giardino… Per farla breve, quando abbiamo capito tutto ne abbiamo discusso direttamente con lei, dicendole che, al contrario, non ci dava alcun fastidio. Così abbiamo simpatizzato e siamo diventati amici, lei ci è venuta a trovare qualche volta a Parigi ed io l’ho anche aiutata nel suo divorzio… Così quando abbiamo scritto il personaggio della madre algerina, abbiamo subito pensato a lei e non potevamo immaginare nessun’altra al suo posto per interpretare quel personaggio. E devo dire che ha preso molto seriamente il film: ha lavorato molto per prepararsi, abbiamo fatto molte prove e lei si è molto esercitata con me, con Jamel, con Jean-Pierre … è stata sul set fin dal primo giorno delle riprese. E’ una donna che ha avuto una vita difficile, eppure non ha rancori, ma, al contrario, è piena di sollecitudine… e mi fa piacere che la sua bellezza e la sua umanità siano passati anche nelle immagini del film.

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