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Festival di Roma: Il nostro Brasile

di Renata Ornella Orlando

«Una chicca bahiana», ecco come Gaia Morrione, direttrice artistica della sezione Occhio sul mondo, ha definito il film di Monica Gardenberg, Ó Paí Ó (2007, nella foto), il cui cast comprende Emanuelle Araújo e il divo afro-bahiano Lázaro Ramos, che spiega: «Il film, in realtà, è partito da uno spettacolo teatrale della compagnia teatrale Olodum, gruppo teatrale in cui ho iniziato a recitare e a cui il film è dedicato, perché costituisce uno strato sociale brasiliano che, prima del film, non è mai stato rappresentato a teatro, al cinema o in tv. Lo spettatore è posto davanti a una vera e propria teatralizzazione della vita in cui, dopo anni di oppressioni, il nero torna con una forza grandissima e questo, sicuramente, grazie alla musica afro-bahiana, all’autostima, all’abbigliamento e quindi all’orgoglio di essere nero, bahiano e, certo, africano».

Nel quartiere di Pelourinho, a Salvador di Bahia, in cui è ambientato tutto il film, tutti gli attori del cast, prima di recitare, hanno trascorso una settimana, per riuscire a rendere la magia e a dipingere sul volto degli spettatori i colori di quei luoghi che, nel film, esplodono in sensualità, in coreografie e canti quasi da musical. Lo spettatore, insomma, non può non battere i piedi sul pavimento, per andare a ritmo e, come gli attori del film, è probabile che lasci la sala, dicendo sotto i baffi «guarda un po’!», appunto Ó Paí Ó!

Ma il Brasile ha anche sfumature scure e questo accade quando, per esempio, un cittadino non viene protetto dall’istituzione prima, che è lo stato, e nel momento in cui succede questo il cittadino, per sopravvivere, è costretto a infrangere le regole. È questo che spiega Maurício Farias, regista di Verônica (2008), una maestra-eroina (Andréa Beltrão) che mette in salvo un bimbo, i cui genitori vengono uccisi da trafficanti di droga, di cui fa parte anche il suo ex-marito poliziotto (Marco Ricca). Una sorta di denuncia da parte del regista che racconta di aver lavorato con budget e tempi stretti per la realizzazione del film, proprio perché interessato a mostrare con urgenza ciò che accade quando nei crimini viene coinvolta anche la giustizia. Da non dimenticare un’altra storia di violenza e solidarietà come Cidade dos homens (Paulo Morelli, 2007), riproposto a Roma dopo l’anteprima all’ultima Berlinale.

Ci sono anche personaggi che negli anni passati hanno fatto conoscere il Brasile, per esempio, fotografandolo. È il caso di Pierre Verger di cui, in occasione del Festival romano, è stata realizzata la prima mostra italiana, in collaborazione con la Fondazione Pierre Verger di Salvador di Bahia. La sua importanza è stata resa grazie alla presenza di un documentario sulla sua vita, Pierre Fatumbi Verger: mensageiro entro dois mundos (1998), diretto da Lula Buarque de Hollanda. Antropologo, storico, babalawo (sommo sacerdote), botanico, l’eclettico francese Verger nei primi anni ’30, dopo la morte della madre, inizia a viaggiare e a fotografare popoli e culture di tutto il mondo finchè, nel 1946, giunge nel nord est del Brasile e si accorge di avere di fronte una società caratterizzata dall’influsso africano, influsso che lo aveva già colpito anni prima, quando frequentava a Parigi, il Bal Nègre di rue Blomet, il Musée de l’Homme e il gruppo di Prevert. Un vero e proprio incontro tra cultura brasiliana e afro-brasiliana, che si presenta decisivo per Salvador di Bahia, che ne diventa il nuovo domicilio.

In Brasile, Verger s’interessa al candomblè, culto religiosi di origine africana e continua a viaggiare tra Brasile e paesi del Golfo del Benin, dove è stato iniziato all’ifà, rituale che dura tre mesi e che lo ha nominato fatumbi (in italiano rinato grazie a Ifà). Quando qualcuno gli diceva «Che bella foto!», lui rispondeva «Era davvero bello. Era là.». A lui interessava dimostrare che c’era una forte continuità tra Africa e Brasile, ed è per questo che per i discendenti africani che vivevano a Bahia era diventato una sorta di messaggero, diremmo un mensageiro entro dois mundos.

E se c’è qualcuno che da più di cinquant’anni racconta il Brasile, questo è Paulinho da Viola, su cui Izabel Jaguaribe ha girato un bel documentario (Meu tempo é hoje - Paulinho da Viola), anche questo nel programma di Occhio sul mondo. Figlio d’arte del chitarrista Benedicto Cesar Ramos Faria, membro del gruppo Época de Ouro, Paulinho in realtà non sarebbe voluto diventare musicista, infatti iniziò a lavorare in banca fin da giovane anche perché, come gli cantava il padre, «non puoi diventare sambista in una terra di dottori», ma alla fine seguì le orme del padre nel Botafogo, un’area a sud di Rio de Janeiro, nota per musica e storia. In seguito, Paulinho forma con i suoi amici il gruppo “Bloco dos Foliões”, dove spicca per l’abilità nel suonare il cavaco, una sorta di piccola chitarra, tipico strumento dei sambisti.

Un’importante voce accompagnatrice delle musiche composte dal brasiliano è quella di Marina Lima la quale concorda sul fatto che Carinhoso sia la canzone brasiliana popolare più bella e quella più viva nella memoria, nonostante risalga al 1917. «Quando penso al futuro, non dimentico il passato», dice Paulinho, che fa notare come da suo padre, la passione per la samba sia passata a lui e, come si poteva immaginare, anche al figlio Carlos, tre generazioni di suonatori diversi, con una cosa in comune: la musica.

Renata Ornella Orlando | 3. Festival Internazionale del Film di Roma

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