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Med Film Festival: Française

di Souad El Bouhati

Sofia e i bougnoul

Ho sempre vissuto in Francia. Ma il punto di partenza della sceneggiatura risale a un’esperienza della mia infanzia che mi ha enormemente segnato. Avevo un’amica algerina che, dall’oggi al domani, è scomparsa. Alle numerose domande che facevo, la sola risposta che mi fu data era «È tornata nel suo paese». Per me era incomprensibile: lei era una allieva modello, era nata in Francia, non mi aveva mai parlato dell’Algeria. Per la bambina che ero, era un paradosso insolubile: come si può essere di un paese che non si conosce?

Presentato in concorso al MedFilm Festival di Roma, Française (2008) segna il debutto nel lungometraggio di Souad El Bouhati, 46enne francese di Roubaix con origini marocchine, che si è avvicinata al mondo del cinema dopo una decennale attività di assistente sociale a Tolosa. La sensibilità nei confronti dei soggetti più esposti a problematiche di marginalità sociale era gia emersa nel suo toccante corto Salam (1999), ritratto di un anziano operaio marocchino che, all’indomani della pensione, è costretto a fare i conti con la paura di morire in una terra che non sente sua e la prospettiva di tornare in un paese che non vede più da decenni. Premiato a Cannes, Clermont Ferrand e con il César come miglior corto dell’anno, Salam è incorniciato da un’intensa intepretazione di Benaïssa Ahaouari: se ne deve esser ricordato Abdel Kechiche, che lo ha voluto in un paio di pose di Cous cous (La graine et le mulet, 2007), accanto alla sua piccola musa Hafsia Herzi. Ma Souad El Bouhati non ha aspettato i trionfi di Venezia e dei César per regalare alla Herzi il suo primo ruolo da protagonista: l’ha scritturata a inizio 2007, quando, come ha ricordato la stessa attrice in un’intervista, era finalmente riuscita a perdere l’accento provenzale.

In Française, uscito in Francia a fine maggio, la Herzi si cala con apprezzabile maturità nei panni di Sofia, un’adolescente nata in Francia che i genitori, quando aveva 7 anni o giù di lì, hanno strappato brutalmente al suo piccolo mondo, trascinandola a vivere con loro in una fattoria immersa nella campagna marocchina. Sofia, che da bambina sapeva a malapena riconoscere il Marocco sull’atlante, si è dovuta adattare a una vita divisa fra gli impegni scolastici in città – cui si dedica con entusiasmo – e il lavoro nei campi accanto al padre – che in ogni caso preferisce di gran lunga alle faccende di casa. Nonostante sia stata proprio la sua determinazione a provocare il ritorno in Marocco, Sofia è fortemente legata al padre, mentre la madre predilige il fratello e la sorella maggiore, meno irrequieti di lei. Sì, perché Sofia vive nell’attesa ossessiva del giorno in cui, superati gli esami di maturità, potrà finalmente avere il passaporto che le è stato promesso e tornare in Francia per cercare la sua strada.

Proiettata nel futuro, Sofia si impegna a fondo negli studi, alloggiando durante la settimana in un pensionato per ragazze. Non ha difficoltà nel farsi amici, ma trova leziose le compagne e infantili i coetanei, riuscendo a costruire un rapporto profondo solo con il suo Amar, un compagno di studi, che ne asseconda con pazienza insofferenze e slanci emotivi. Ma proprio alla vigilia del giorno degli esami, quando la prospettiva del ritorno in Francia sembra a portata di mano, Sofia comincia a capire che, quale che sia il risultato degli esami, le sarà comunque impedito di prendere in mano il proprio destino, e reagisce con tutta la rabbia che ha covato, in questi dieci anni di lontananza dalla sua Francia.

Muovendo sulla base di un ricordo d’infanzia, Souad El Bouhati traccia con un’attenzione molto sottile il profilo di questa giovane vita, che galleggia inquieta fra due appartenenze, l’una proiettata verso un paese dimenticato e idealizzato e l’altra posseduta solo nella dimensione precaria del quotidiano. Particolarmente apprezzabile è la cura con cui guida la Herzi nel calibrare gesti e cadenze della sua presenza scenica: costretta a contenere la sua carica di frustrazione, Sofia riesce a trovare pace solo isolandosi, cercando rifugio nei libri, o lavorando nell’uliveto paterno. Laddove invece la Bouhati tradisce una certa insicurezza da opera prima è nel costruire un verosimile percorso di evoluzione di questo personaggio, dopo averlo in qualche modo incatenato a questa dinamica oscillatoria tra due poli opposti e speculari. Nella descrizione dei rapporti con la madre e con Amar, la Bouhati finisce per servirsi di scorciatoie e passaggi topici appesantiti dalle ricorrenze in troppi film franco-maghrebini degli anni Novanta sul tema della condizione femminile. L’epilogo, nella sua configurazione felicemente ellittica, riapre i giochi e i destini della protagonista, ma riproponendo una terza via che fin troppo schematicamente sottolinea la valenza, tutta metaforica e libertaria, dell’attaccamento della protagonista alla memoria di una Francia intesa come infanzia rubata.

Il fatto che il film sia stato, incomprensibilmente, presentato in videoproiezione rende difficile dar conto delle opzioni fotografiche e registiche in senso stretto. Se nel breve prologo, l’incombenza di uno spazio architettonicamente così arido e alieno dal favorire relazioni di appartenenza come quello delle cité di periferia, richiama le atmosfere del cinema beur degli anni Ottanta e Novanta, l’apertura prospettica dello spazio rurale rievoca piuttosto suggestioni kiarostamiane, amplificate dal gusto pittorico in cui talora indulge la mdp nell’incorniciare piani lunghissimi, attraversati lentamente da un automobile o un motorino, mentre la sequenza in fabbrica, con quel piacere del mostrare corpi e macchine al lavoro, recupera l’attenzione di certo cinema francese contemporaneo, Cantet in testa. Modelli e riferimenti che non sempre soccorrono lo sguardo di Souad El Bouhati, soprattutto quando abbandona la sua protagonista per interessarsi delle altre figure di contorno. Ma rimane la consapevolezza di un talento intatto, nella capacità di ascolto e resa fenomenologica di un soggetto nomade, in bilico fra due mondi.

Leonardo De Franceschi | MedFilm Festival

Cast & CreditsFrançaise
Regia: Souad El Bouhati; soggetto e sceneggiatura: Souad El Bouhati; fotografia: Florian Bouchet, Olivier Chambon; montaggio: Josiane Zardoya; suono: Eric Rophe, Frédéric Bobillier; musiche: Patrice Gomis; scenografia: Jimmy Vansteenkiste; interpreti: Hafsia Herzi, Farida Khelfa, Pierre Alexandre Postel, Maher Kamoun, Alexandra Martinez, Amal Ayouch, Aymen Saidi, Sihame Sani, Ikrame Akaarour, Karim Debray, Léa Fontana; origine: Francia/Marocco, 2008; formato: 35 mm, 1:1.66; produzione: Jean David Lefebvre e Jacques Kirsner, per Jem Productions, Irène Production, 2 M, France 2 Cinéma, con il sostegno del Centre National de la Cinématographie; distribuzione internazionale: Wide Management

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