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Incontro con Karin Albou

a cura di Leonardo De Franceschi

Scrivere sul corpo

Parigi, sabato 10 gennaio. Sfidando la temperatura glaciale, l’acclamata regista di La petite Jerusalem (2005) e del recente Le Chant des mariées (2008), ha incontrato il pubblico di una minuscola sala di Odéon, il Lucernaire Forum, uno di quegli spazi raccolti ma polifunzionali (cinema, teatro, ristorante) che contribuiscono ad accrescere l’offerta culturale parigina. Maria Coletti ed io, confusi nel pubblico che segue la proiezione, forse trenta persone, rimaniamo piacevolmente sorpresi dalla disponibilità della regista e dal clima informale che spinge anche gli spettatori più ritrosi a vincere la timidezza e lanciarsi in una domanda. Del resto, Le Chant des mariées, presentato in anteprima italiana all’ultimo Festival di Torino e uscito in Francia a metà dicembre, è di quei film che colpiscono al cuore, anche per la scelta di ambientare nella Tunisi occupata nel 1942 dai nazisti la storia dell’amicizia fusionale che lega l’ebrea Myriam e l’araba Nour. Sull’onda di alcuni classici del cinema tunisino dell’ultimo ventennio, da Les Silences du palais di Moufida Tlatli a Un été à la Goulette di Férid Boughedir, macro e microstoria si incrociano, dominate da uno sguardo fenomenologico che si china a scrutare sulla pelle delle due giovanissime protagoniste i segni di un vissuto difficile, ostaggio di un sistema patriarcale di valori che travalica le confessioni religiose ma anche condizionato dalla guerra e dall’occupazione, che amplificano sospetti e diffidenze fra ebrei e arabi. Quella che segue è la trascrizione di alcune risposte che la regista, nata a Tunisi nel 1968 da padre algerino e madre tunisina, ha offerto ai suoi spettatori.

Le Chant des mariées ho cominciato a scriverlo quindici anni fa e ho finito dieci anni fa. Sarebbe dovuto essere il mio primo film. A sceneggiatura finita ho provato a montare il progetto, ma mi sono presto resa conto che trattandosi di un film storico non sarei riuscito a realizzarlo. È venuta poi l’occasione di realizzare La petite Jerusalem e l’ho fatto. Poi l’avevo quasi dimenticato. Dalla produzione mi hanno chiesto se avessi pronta un’altra sceneggiatura, e così ho ripreso il progetto del film.

Ho vissuto per un po’ in Tunisia, ma le mie origini sono algerine. Ho scoperto però molto tardi, quando avevo circa vent’anni, quello che era successo in Algeria e in Tunisia sotto l’occupazione tedesca, e cioè che agli ebrei, come mio nonno, era stata tolta la cittadinanza francese, avevano riavuto lo status di ebrei e avevano dovuto subire diverse restrizioni. Volevo raccontare la storia di un’amicizia fra due adolescenti e allora mi è venuta l’idea di ambientarla durante questo periodo. Volevo sottolineare come il condizionamento che queste due ragazze ricevono era molto simile, indipendentemente dal fatto che una è araba e l’altra ebrea.

Ho scelto la Tunisia perché già la conoscevo e soprattutto perché l’occupazione tedesca qui è durata otto mesi. Il film è stato girato interamente in Tunisia, le case e le ambientazioni erano prese dal vero ma c’è stato molto lavoro a livello di scenografia, perché tenevo a ricreare il sapore dell’epoca, senza rischiare di cadere nella falsità. Per la ricostruzione, ho dovuto lavorare molto sul sonoro anche per ragioni produttive. Dovendo fare di necessità virtù, ho pensato di fare delle scelte drastiche, mostrando il meno possibile, restando vicina al punto di vista dei miei due personaggi femminili, come già per La petite Jerusalem. Girando mi sono poi convinta della giustezza di questo approccio, della scelta per esempio di non mostrare gli aerei che bombardano (solo quello che lancia i volantini, per rendere evidente come anche le parole possono far male come bombe), perché nella guerra accade davvero così, quando ci sono dei bombardamenti, la prima cosa che pensi è a metterti al riparo, non certo a guardare in cielo gli aerei.

Proprio per il lavoro di ricostruzione storica e per i costumi, mi sono ispirata ai film di Rossellini, che ho visto e fatto vedere più volte ai miei collaboratori. In genere non mi piace seguire modelli o ispirarmi ad altri registi. Quando mi avvicino al momento delle riprese al contrario non vedo più nessun film e cerco di concentrarmi per far venir fuori il mio punto di vista.

Ho cominciato nello spettacolo, facendo dei corsi di teatro quando ero molto giovane, sui vent’anni. Ho fatto anche alcuni anni di Lettere all’università ma non mi appassionavo. Ho pensato allora di iscrivermi ad una scuola di cinema, perché il cinema mi piaceva molto. Mi piaceva scrivere ma la prima cosa che ho scritto è stata una sceneggiatura.

Il casting del film è stato difficile. Lizzie Brocheré, che ha interpretato il ruolo di Maryam, è una professionista, e aveva già lavorato in diversi film. Mi sono ricordata di lei vedendola in foto su un giornale femminile, l’ho chiamata per fare un provino e mi è parsa subito perfetta. Per il ruolo di Nour, avevo bisogno di un’attrice molto giovane, sui sedici anni, e che soprattutto avesse ancora una certa innocenza nello sguardo. Ho avuto molta difficoltà anche perché trovavo ragazze già molto mature. Poi una ragazza che conoscevo da tempo ma a cui non avevo pensato mi ha detto più volte di voler recitare e allora le ho proposto di fare un provino. Come succede spesso nel cinema, nel provino è subito diventata Nour. È stato un po’ più difficile lavorare con lei sul set, perché è un’adolescente e a volte era persa nei suoi problemi, però sono sempre riuscita ad ottenere quello che volevo, a volte al primo ciak, a volte dopo dieci. Alcune scene, come quella in cui lei rinfaccia all’amica la propria condizione di segregazione e ignoranza, è nata da un’improvvisazione.

Ho interpretato il ruolo della madre perché non sono riuscita a trovare un’attice sulla quarantina che parlasse arabo e accettasse di recitare nuda. La cosa mi seccava molto, perché allora non avevo trovato neanche Nour e questo ritardava il lavoro. Già ai tempi di La petite Jerusalem, per un problema analogo, il produttore mi aveva proposto di fare il ruolo della madre, ma io rifiutai, e credo a ragione, perché volevo un’attrice più matura, e poi infatti ho preso Aurore Clement. Adesso avevo l’età giusta per il ruolo e ho accettato, anche perché in sceneggiatura mi sembrava che il ruolo non fosse così importante. Sul set, lavorando sul personaggio, ho continuato in qualche modo a scriverlo e ha aumentato di importanza, però al montaggio mi sono resa conto che avrebbe funzionato di più tagliando alcune scene già girate.

Attualmente sto lavorando al mio prossimo film, una riduzione de La Douleur di Marguerite Duras. La sceneggiatura è già pronta. Lo considero un film di rottura per me, perché abbandono il punto di vista delle adolescenti e assumo quello di una trentacinquenne.

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