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Il tè nel deserto

di Bernardo Bertolucci

Il 25 marzo è uscito in homevideo per Medusa Il tè nel deserto (The Sheltering Sky, 1990) di Bernardo Bertolucci, titolo che incredibilmente non era stato ancora editato in DVD, come del resto L’assedio (1998), anch’esso di uscita recente e su cui torneremo a breve. Tratto dal romanzo omonimo di Paul Bowles, pubblicato nel 1949, Il tè nel deserto rappresenta un ideale capitolo secondo nella trilogia orientalista aperta da L’ultimo imperatore (The Last Emperor, 1987) e chiusa da Piccolo Buddha (Little Buddha, 1993).

Il plot ripercorre le vicende di un trio di newyorkesi che, nel secondo dopoguerra, sbarcano a Tangeri e si avventurano per un viaggio di conoscenza che li segnerà per sempre. Port (John Malkovich), un compositore che tiene a non avere nessuna professione indicata sui documenti, e Kit (Debra Winger), una scrittrice per diletto, sono sposati da dieci anni, ma il loro legame si è incrinato nel corso del tempo. Il viaggio in Maghreb può rappresentare un’occasione per rimettersi in gioco ma, forse proprio per questo, prima di partire hanno accettato la presenza di un fastidioso terzo incomodo, il giovane, ricco e vanesio Tunner (Campbell Scott). Lungo la strada, diretta verso il deserto, i tre incrociano una sgradevole coppia di inglesi, i Lyle, formata da un’acida e dispotica scrittrice di guide (Jill Bennett) e dal figlio Eric, ripugnante nei modi quanto nell’aspetto fisico. La durezza delle condizioni di viaggio in qualche modo riavvicina i due viaggiatori (così si definiscono, in spregio verso tutti i turisti), e spinge Port a liberarsi con uno stratagemma di Tunner, ma il destino è in agguato, sotto forma di una micidiale febbre tifoidea. Rimasta sola, Kit sarà tentata di perdersi definitivamente, seguendo una carovana di tuareg.

La sceneggiatura, scritta da Mark Peploe in collaborazione con lo stesso Bertolucci, eredita la macrostruttura e larga parte della materia narrativa dal romanzo di Bowles. Ad essere sacrificati sono diversi episodi digressivi in cui lo scrittore newyorkese traduce con il suo tipico stile libero indiretto pensieri e vissuto di personaggi minori, ma ideologicamente rivelatori della propria visione tardocoloniale, come il luogotenente d’Armagnac, responsabile della guarnigione di Bou Noura. Come rivela Vittorio Storaro nell’intervista inclusa come extra nel secondo disco (The Sheltering Light), due di questi episodi, incentrati sul personaggio di Kit, in realtà sono stati girati da Bertolucci ma deliberatamente soppressi dal final cut: nel primo, prima di concedersi a Tunner sul treno per Boussif, Kit attraversa il treno, ed ha un primo contatto scioccante con l’alterità, passando dalla prima classe alla terza, stipata di arabi e animali diretti a sud; nel secondo, prima di essere adottata come amante dal giovane Belqassim (Eric Vu-An), Kit viene iniziata a una sessualità brutale e primitiva, stuprata a turno da lui e dall’altro capo-carovana. Si tratta di due perdite consistenti, che aggravano lo squilibrio, già avvertibile nel romanzo, esistente in questo doppio itinerario che lo stesso Storaro ha impaginato cromaticamente nei termini di un viaggio del sole (Port, accarezzato da colori caldi), seguito da un viaggio della luna (Kit, contrassegnata da uno spettro di colori freddi).

Ad essere onesti, riteniamo che l’auspicato (da Storaro) ripristino delle due sequenze, pur restituendo due segmenti di performance alla pur buona prova di Debra Winger, non risolverebbe incertezze strutturali, sul piano dei modi di rappresentazione, che il film eredita solo in parte dalla pagina di Bowles, rinunciando a giocare la carta della rilettura di un testo che interroga assai ambiguamente il rapporto con l’altro. Detto in termini assai sintetici, definire Il tè nel deserto come un road-movie interculturale, com’è stato fatto di recente in un saggio pubblicato di recente in Canada (Silvestra Mariniello, Devenir et opacité dans Un thé au Sahara, «Cinéma», n. 2-3, primavera 2008, pp. 47-67) significa presupporre l’articolazione di una piattaforma dialogica, in cui l’esperienza coloniale francese venga messa in questione attraverso il punto di vista incrociato di occupanti (militari, coloni), occupati (popolazioni indigene: arabofoni, tamazight, ebrei, ecc.) e viaggiatori (americani, inglesi e quant’altro).

Già nel romanzo, Bowles si limita per i nativi a tratteggiare una galleria di figurine bidimensionali (l’intrigante mezzano Smail, l’impenetrabile ballerina-prostituta Marhnia, l’astuto attendente Ahmed, l’ospitale mercante ebreo Daoud Zozeph, il generoso nero Amar), ancorando azione e introspezione al vissuto dei due (più uno) newyorkesi, che affrontano il viaggio con uno spirito di avventura e riscatto non lontano da quello dei legionari del realismo poetico francese. Nel film, pur concedendo a Kit, davanti alla visione di due mujaheddin arabi portati via da gendarmi, un didascalico riferimento alla futura indipendenza dai francesi, Bertolucci non solo non compie il minimo sforzo per interrogare la visione tardocoloniale di Bowles, ma fa del suo meglio per depistare lo spettatore circa il contesto temporale, facendo precedere il racconto da una sequenza di titoli con una New York in bianco nero che fa tanto Roaring Twenties, inserendo classici anni Trenta di Charles Trenet nella colonna sonora e staccando sulla facciata del Cine Alcazar che proietta Tutto finisce all’alba (Sans lendemain, Max Ophuls, 1939) e Tempesta (Remorques, Jean Gremillon, 1940): l’unico riferimento temporale certo, a conti fatti, è leggibile solo dagli italiani, trattandosi del riferimento al voto concesso alle donne (nel 1946), presente in un articolo letto da Kit.

Le incertezze e ambiguità nei modi di rappresentazione sono amplificate da un lessico figurativo che si richiama esplicitamente all’immaginario dei pittori orientalisti, come del resto evidenziato da Storaro nell’intervista citata. La propensione insistente per la bella inquadratura, ottenuta attraverso un’elegante partitura cromatica, un ricorso costante a effetti di quadro-nel-quadro e sinuosi movimenti ascensionali di dolly, trasforma il viaggio tutto interiore, inquietante e a tratti psichedelico (vale la pena rileggersi, magari in inglese, la descrizione dell’ultimo viaggio di Port, nel capitolo 23) in un fastidioso teatrino decadente, proiettato contro un fondale di alta ma inerte calligrafia. Spiace poi, a distanza di anni, riscoprire nel film, relegate a una veloce comparsata, figure piccole e grandi del cinema postcoloniale franco-africano come Kamel Cherif (regista e interprete del delizioso corto Premier Noël, 1999), Mohamed Ben Smaïl (regista e protagonista del tragico Ghodua nahrek/Demain je brûle…, assai apprezzato alla Mostra di Venezia del 1998) e soprattutto l’immenso Sotigui Kouyaté, attore feticcio di Peter Brook e recente Orso d’Oro a Berlino 2009 per London River di Bouchareb.

Bisogna dire, infine, che l’edizione Medusa mal si presta a consentire una rilettura del film bertolucciano. Se, trattandosi di un film vecchio di quasi vent’anni, immagine e suono presentano una definizione più che accettabili, va pur messo in conto che quest’edizione italiana in DVD, pur venendo ben sette anni dopo quella americana e cinque dopo quella francese, non recupera neanche gli extra disponibili in queste edizioni, come per esempio il commento audio, il making of di 50 minuti e l’intervista a Malkovich presenti nell’edizione Sony francese in doppio disco. Per chi apprezza il film, meglio allora ripassare la lingua di Racine, visto che il film è disponibile in Blu-ray solo in Francia, per Bac Video. L’edizione italiana presenta nel doppio disco, oltre all’incontro con Storaro, una videointervista assai stilosa ma generalista a Bertolucci (Un petit tournage), che mai neanche menziona il film in questione.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl té nel deserto (The Sheltering Sky)
Regia: Bernardo Bertolucci; sceneggiatura: Mark Peploe, in collaborazione con Bernardo Bertolucci, dal romanzo di Paul Bowles; fotografia: Vittorio Storaro; montaggio: Gabriella Cristiani; scenografia: Gianni Silvestri, Ferdinando Scarfiotti; costumi: James Acheson; interpreti: Debra Winger, John Malkovich, Campbell Scott, Jill Bennett, Timothy Spall, Sotigui Kouyaté, Kamel Cherif, Eric Vu-An, Paul Bowles; origine: Gran Bretagna, 1990; formato: 35 mm (1,85:1); durata: 138’; produzione: Jeremy Thomas per The Sahara Company Limited, Tao Films; distribuzione homevideo: Medusa Home Entertainment; data di uscita: 25 marzo 2009.
DVD nella confezione: 2; supporto: DVD9 – doppio strato; regione: 2; formato video: 16/9, 1.85:1; formato audio: Dolby Digital 2.0; tracce audio: inglese (originale), italiano; lingue sottotitoli: italiano per non udenti, inglese; contenuti extra: The Sheltering Light: Intervista a Vittorio Storaro (Gioia Magrini e Roberto Meddi, 26’); Un petit tournage: 15 minuti con Bernardo, a cura di Mario Sesti, 15’.

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