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Al momia

di Shadi Abdel Salam

Il corpo di padri senza nome

Se è vero che, sul versante dei film da competizione, da diversi anni i registi africani di punta puntano direttamente su Marco Müller, visto che al Grand Théâtre Lumière sono relegati a un’entrata di servizio – selezione ufficiale sì, ma niente concorso, oggi per il Souleymane Cissé di Min yé come ieri per l’Abderrahmane Sissako di Bamako (2006) – non resta che consolarci davanti alla perle della memoria storica che, debitamente lustrate dalla Cineteca di Bologna, sotto il mantello della World Cinema Foundation di Martin Scorsese, Cannes riscopre ogni anno.
Grazie anche a consiglieri di lusso come i citati Cissé e Sissako – che siedono nel Board of Filmakers – dopo il folgorante documusical sui Nass Al Ghiwane Trances (Ahmed El Maanouni, 1981), e il lirico road movie senegalese Touki Bouki (Djibril Diop Mambety, 1973), quest’anno è la volta di un altro, leggendario, capolavoro maledetto: il dramma storico Al momia di Shadi Abdel Salam che festeggia quindi al meglio i suoi quarant’anni (1969-2009), tornando a nuova vita, restituito alla forza smagliante dei suoi cromatismi e agli impasti armonici della sua partitura sonora, firmata Mario Nascimbene.

Al momia, o meglio The Night of Counting the Years, titolo vero voluto dal regista, ha una storia e un destino davvero singolari, ricostruiti dall’utile brochure, curata da Samir Farid per l’Egyptian Film Center. Ispirato a un fatto storico – il ritrovamento nel 1881 a Deir El Bahri, nell’Alto Egitto, da parte di un’equipe di archeologi, coordinata da Gaston Maspero e Ahmed Kamal, di un ricco deposito di mummie di faraoni della 18ª, 19ª e 20ª dinastia – il film è l’opera prima e unica di Shadi Abdel Salam (1930-86), nato ad Alessandria come Youssef Chahine, ma fiero delle sue origini familiari nell’Alto Egitto, laureato in architettura nel 1954, e dal 1957 assistente alla regia e scenografo tanto del campione del realismo sociale Salah Abu Seif (Al Wisada Al Khaliya, Al Tariq Al Masdud) come del maestro del melodramma Henri Barakat. Dalle sue mani prendono vita e corpo i set dei più grandi film storici degli anni Cinquanta e Sessanta, da Wa Islamah (Andrew Marton, 1961) a Rabi’a al adawiya (Niazi Mustafa, 1963), compreso il supercolossal voluto da Nasser e finito da Chahine, Saladin (1963); a lui si rivolgono tutti i registi, stranieri e non, che vogliano cimentarsi con ricostruzioni ambientate nell’epoca dei faraoni, dal Joseph Mankiewicz di Cleopatra (1962), per cui disegna una grande nave, al Jerzy Kawalerowicz di Pharaoh (1966).

Ma, se Shadi Abdel Salam ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema egiziano, arabo e africano, è grazie a Roberto Rossellini che, dopo averlo voluto come assistente per la scenografia degli episodi egiziani del suo La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza (1967), ha letto la sua prima sceneggiatura, cui lavorava dal 1965, e l’ha lasciata sul tavolo del ministro della cultura Twarwat Okasha, chiedendogli come mai uno script così bello fosse ancora chiuso in un cassetto. Dopo lo shock della Guerra dei Sei Giorni, e la messa a punto della versione definitiva, Shadi comincia a girare nel marzo 1968 in Alto Egitto. L’unica vera star del set è Nadia Lotfi, diva ironica e sofisticata, grazie alla quale Shadi riesce ad avere dal Ministero un finanziamento di oltre 90.000 lire e la possibilità di girare a colori. Ciononostante, la lavorazione si prolunga in modo irregolare fino all’ottobre 1969, quando viene ultimata la copia zero; nel 1970, insignito del Premio Georges Sadoul, Al momia comincia il suo tour nei grandi festival europei, da Locarno a Venezia, ma si affaccia furtivamente nelle sale commerciali egiziane solo nel 1975, mentre Shadi, che nel frattempo è stato nominato supervisore di un’unità produttiva di film sperimentali, riesce in seguito a dirigere soltanto cortometraggi e documentari – uno smagliante, ispirato al primo documento non religioso mai trovato in Egitto, The Eloquent Peasant, nel 1969 – e dedica gli ultimi quindici anni della sua vita alla preparazione di un kolossal (The Tragedy of the Great House) sulla figura di Akhenaton, il faraone filosofo e riformista, instauratore di un nuovo culto monoteista.

L’eroe tormentato e solitario di Al momia non è né l’illustre Maspero – che compare solo nel prologo – né Ahmed Kamel, il giovane archeologo che si offre di guidare la spedizione di archeologi inviata dal Cairo a indagare sul mistero delle mummie di tre dinastie, bensì Wannis, ultimo erede di un’orgogliosa tribù di pastori, gli Horrabat. Investito insieme al fratello maggiore, all’indomani della morte del padre, del segreto che garantisce la sopravvivenza stessa del clan – il villaggio vive in realtà dei proventi del commercio illegale di reperti archeologici, perlopiù gioielli e decorazioni, prelevati dai sarcofagi dei faraoni delle tre dinastie, nascosti in una grotta segreta e rivenduti all’estero dal vecchio mercante Ayoub – il giovane ne rimane sconvolto e inizia un doloroso periplo per le rovine dei grandi templi di Tebe, scisso da un dilemma più grande di lui.
Tentato da quanti nel villaggio ambiscono a mettere le mani sul tesoro, Wannis deve decidere se rivelarlo al capo spedizione degli effendiya appena sbarcati dal Cairo, assicurando la salvaguardia delle preziose mummie, oppure subentrare alla guida del villaggio, perpetuando un secolare e sacrilego lavoro di profanazione e dispersione della memoria storica. Ossessionato dallo sguardo di divinità marmoree che non conosce, schiacciato da pareti di ideogrammi cui non sa dare un senso, Wannis si lascia guidare istintivamente dall’orrore che gli provoca la vista degli zii, intenti come iene a fare a pezzi le mummie per estrarne monili e preziosi, e fa la cosa giusta, pagando la sua scelta con un destino di irredimibile solitudine.

Al momia deve la sua straordinaria forza espressiva a un mix esplosivo di elementi, che lo iscrivono nella famiglia della modernità cinematografica. Per un verso, con questa insistenza sui valori di una memoria storica da preservare e riscoprire, anticipa i grandi film subsahariani degli anni Ottanta – su tutti, Yeelen (Souleymane Cissé, 1987). La sfida fra tradizione e modernità qui è complicata da una cornice storica complessa – siamo nel 1881, in un Egitto islamizzato, formalmente legato all’Impero Ottomano, culturalmente dipendente dalle missioni di studio francesi, alla vigilia dell’occupazione militare britannica – ma a Shadi riesce la doppia scommessa di trasformare in dolorosa energia drammaturgica un soggetto sulla carta assai didascalico.
Il regista costruisce un racconto tanto ortodosso sul piano narratologico (nel rispetto delle tre unità), quanto lirico su quello emozionale, dando voce ai fantasmi e alle visioni interiori che tormentano il protagonista ma, soprattutto, articolando una strategia di riconfigurazione filmica che, ispirandosi alla frontalità e staticità dell’immaginario visivo faraonico, dà luogo a un’ideoscrittura ieratica, figurativamente folgorante (con momenti degni di Tarkovski o Paradzanov), e organizzata secondo una partitura spaziotemporale ipnotica e allucinata.

62. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAl momia (La mummia)
Regia e sceneggiatura: Shadi Abdel Salam; fotografia: Abdel Aziz Fahmi; scenografia: Salah Marei; musica: Mario Nascimbene; montaggio: Kamal Abou El Ella; interpreti: Ahmed Marei, Ahmed Hegazi, Zouzou Hamdi El Hakim, Nadia Lotfi, Abdel Moneim Aboul Fetouh, Abdel Azim Abdel Hack, Ahmed Anan, Gabi Harraz; origine: Egitto, 1969; formato: 35 mm, colore, mono; durata: 103’; produzione: General Egyptian Cinema Organisation; distribuzione: World Cinema Foundation.

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