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Soundtrack for a Revolution

di Bill Guttentag e Dan Sturman

Io sono un uomo

All’interno di una programmazione marcatamente segnata dalla centralità dell’elemento musicale, Soundtrack for a Revolution (2009) è uno dei titoli brand new più necessari di Cannes 62. In cabina di regia, un doppio premio Oscar come Bill Guttentag (Twin Towers, You Don’t Have to Die), coadiuvato da Dan Sturman, ma nel cast tecnico spicca il nome di Danny Glover, che ha prodotto il film con la sua Louverture Films.
«Ci sono voluti diversi anni di ricerca per fare il film, quando abbiamo cominciato a preparare il documentario – ha raccontato Guttentag – c’era ancora Bush e ci sentivamo in un momento terribile di apatia. Le persone che abbiamo incontrato hanno vissuto con un atteggiamento che era il contrario dell’apatia. E’ anche grazie a loro che ora abbiamo un presidente come Obama»: ascoltare le parole dei registi e vedere il film, in un’atmosfera calda e informale, ha provocato nel pubblico una scarica di energia positiva, temperata negli spettatori italiani, o almeno in chi vi scrive, da un angosciante senso di déjà vu, che nulla a che vedere con il cinema e molto con la cronaca politica di questi giorni.

Ricorrendo a preziosi materiali d’archivio, rivissuti dagli stessi protagonisti, invecchiati ma non scalfiti nella volontà/necessità di contribuire a determinare fattivamente un futuro migliore, Soundtrack for a Revolution è un documusical vibrante di energia civile, non privo di impennate espressive, ma la cui forza risiede anzitutto nel valore documentale delle storie (ri)messe in circolo, e dei brani di cui è costellato. Sì, perché i due registi non si sono accontentati di recuperare video e audioregistrazioni d’epoca, ma hanno coinvolto un parterre di artisti di primordine, da Wyclef Jean a The Roots, da Richie Havens a The Blind Boys of Alabama – che diversi ricorderanno per un album acustico registrato con Ben Harper alcuni fa – per reinterpretare brani blues leggendari come Wade in the Water, We Shall Not Be Moved e, ovviamente, We Shall Overcome.

Il documentario prende le mosse da un grottesco cinegiornale di propaganda prodotto dal governo federale del Mississippi nel 1961, The Message for Mississippi, in cui si inneggia al buon funzionamento delle leggi segregazioniste dello Stato, per passare in rassegna le tappe che hanno contrassegnato il movimento per i diritti civili dei neri, a partire dal famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, avviato il 1° dicembre 1955 da Rosa Parks, a poche settimane dall’arrivo nella cittadina di un giovane pastore di nome Martin Luther King jr., che si era trasferito in provincia per svolgere una modesta missione di apostolato.
God’s Gonna Trouble the Water: il sasso gettato nello stagno dalla Parks comincia ad agitare davvero le acque melmose di una cittadina chiusa e reazionaria come Montgomery e, soprattutto, i neri cominciano a rendersi conto da subito che cantare insieme dà ai manifestanti un’energia in grado di farli resistere agli innumerevoli atti di violenza cui la polizia locale si lascia andare, con la copertura politica dell’amministrazione. Dagli autobus segregati, dichiarati incostituzionali dalla corte, si passa ai sit in nei bar della catena Woolsworth (Welcome Table), e poi all’attraversamento in via dimostrativa del paese da parte di volontari chiamati Freedom Riders, venuti anche da altri paesi, che culmina con l’uccisione da parte del Ku Klux Klan (KKK) di tre attivisti.

Il fronte si sposta due anni dopo in Alabama, uno Stato amministrato secondo principi e pratiche poliziesche non meno brutali di Birmingham, ma i ragazzi del movimento, cantando I’m on my Way non arretrano di un passo, anche perché l’eco delle prime vittorie comincia ad arrivare all’opinione pubblica. Nessuno può però immaginare quello che accadrà nell’estate nel 1963, quando, venuti da ogni capo del Paese, oltre 250 mila militanti, di cui quasi la metà bianca, si riversa a Washington, per ascoltare il memorabile discorso del sogno di Martin Luther King, e la folla vibra cantando We Shall Not Be Moved. Due anni dopo, nell’estate del 1965, un altro momento importante è la marcia da Selma a Montgomery, interrotta brutalmente da un assalto della polizia, che si accanisce anche contro i bambini.
Sono proprio le immagini tragiche di questi assalti, condotti contro una moltitudine di militanti non violenti, a scuotere il presidente Lyndon Johnson che pronuncia nel 1965 uno storico discorso davanti al Congresso e proclama il Voting Rights Act per sancire con rinnovato impegno il diritto di voto a suffragio universale. Una vittoria storica che reclama un tributo di sangue: il 3 aprile 1968, dopo aver pronunciato un altro storico discorso, il reverendo King viene assassinato a Memphis. Oltre sessantamila persone rispondono scendendo in piazza dietro al feretro, dietro Coretta e Harry Belafonte, cantando a piena voce Woke up This Morning. Ma, come ricorda con orgoglio uno dei testimoni di questi giorni, Samuel Billy Kyles, «puoi uccidere il sognatore, ma non potrai mai uccidere il sogno».

Che dire dell’incubo quotidiano in cui sembriamo piombati, impietriti dallo sguardo meduseo di un primo ministro che rifiuta lo stato multiculturale e impone al parlamento una legge liberticida che grida vendetta, negando i più elementari diritti di libertà e civiltà democratica, come il diritto di asilo e quello di registrare all’anagrafe i propri figli? A venti minuti dalla fine, per un bizzarro problema tecnico, il synch immagine/suono è saltato e la memoria dei più cinefili è andata a una delle gag più divertenti di Cantando sotto la pioggia. Ma molti, davanti ai musi torvi del governatore Wallace e del capo della polizia Bull Connor, hanno rivisto i tratti alterati dall’odio di un Gentilini e di un Borghezio e il sorriso gli è rimasto in gola. Il film termina sulle immagini di Washington invasa da milioni di cittadini in festa per l’elezione di Obama.
Un documentario come Soundtrack for a Revolution può servirci a ricordare che ogni piccolo passo nella direzione della democrazia va conquistato con enormi sacrifici. Gli eroi del quotidiano di questa lunga marcia portavano cartelli con una scritta semplice, “I’m a Man”.
E’ tempo di mettere mano a spray e pennarelli.

62. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsSoundtrack for a Revolution
Regia e sceneggiatura: Bill Guttentag e Dan Sturman; fotografia: Jon Else, Stephen Kazmierski, Buddy Squires; montaggio: Jeffrey Doe; musiche originali: Phil Marshall; origine: Stati Uniti, 2009; formato: 35 mm, colore e b/n, 1.78; durata: 82’; produzione: Freedom Song Productions, Goldcrest Films International, Louverture Films, Wild Bunch; sito ufficiale: www.soundtrackforarevolutionfilm.com

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