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Adieu Gary

di Nassim Amaouche

Non tornerà più il padre e neanche il lavoro fisso

Se è vero che il western classico è inimmaginabile senza la presenza di sfondi e luoghi sovraccarichi di valori plastici e simbolici, va subito detto che uno dei punti di forza di quest’opera prima di Nassim Amaouche – Adieu Gary, presentato alla Semaine de la Critique – emana dalla Cité Blanche du Teil in Ardèche, un villaggio operaio costruito a inizio Novecento e ormai abbandonato, dove il giovane regista di origini nordafricane ha ambientato la sua tranche de vie, a metà fra realismo poetico francese e realismo magico latinoamericano. Un debutto non privo di interesse il suo, ma che sconta una certa insicurezza nell’articolazione del racconto e nell’utilizzo delle musiche.

Il piccolo mondo che ci presenta Amaouche gravita intorno a una fabbrica ormai chiusa da anni e collegata al villaggio da una strada ferrata. L’abitato si è pressoché svuotato. A rimanere solo poche famiglie fra cui quella di Francis (Jean-Pierre Bacri, Il gusto degli altri, Parlez-moi de la pluie), un operaio vedovo sulla sessantina, che vive con i figli Samir (Yasmine Belmadi), appena uscito di prigione per spaccio, e Icham (Mhamed Arezki), che lavora precario in un supermercato, avuti da una moglie marocchina. Francis frequenta da qualche tempo Maria (Dominique Reymond) una piacente e volitiva vedova che si guadagna da vivere testando i farmaci non ancora sul mercato, mentre il figlio adolescente José non si è mai ripreso dalla fuga del padre con un’altra donna, passa il tempo a vedere in cassetta vecchi western con Gary Cooper e ogni giorno si sveglia e si siede davanti casa ad aspettarlo.

E’ un’estate, quella raccontata nel film, che cambierà le loro vite. La prima sfida per Samir è riconquistare il rapporto con il padre, che passa le giornate a riparare un ormai inservibile macchinario della fabbrica. Per mettere ordine nella sua vita, accetta di lavorare con Icham in supermercato, anche se questo significa riordinare per otto ore al giorno gli scaffali del reparto formaggi con in testa un ridicolo cappello da topo. Si consola con l’affetto della sensuale Nejma (Sabrina Ouazani, scoperta da Abdellatif Kechiche in La schivata e riapparsa di recente in Cous cous) e con l’amicizia del fratello nano Abdel, che vive di spaccio. Ma le settimane passano in fretta, con Francis e Maria che non nascondono più i propri sentimenti, José costretto una volta per tutte a fare i conti con la figura del padre, e Samir, che si trova a dover decidere del proprio futuro, sottrandosi a un destino di umiliazione e precarietà.

Detto in apertura della forza di questa location, bisogna render merito ad Amaouche di aver saputo costruire una griglia contestuale robusta per il suo plot, in grado di dar conto della fine di un’epoca – quella del sindacalismo operaio classico, incarnato dalla figura, disarmata e rigorosa, di Francis – sulle cui ceneri cammina una nuova generazione profondamente incerta su valori, miti e desideri, alle prese con un mercato del lavoro sempre più desertificato e instabile. Fra i vecchi chi può si attacca alla religione: la vecchia casa del popolo è diventata ormai una moschea. Fra i giovani, alcuni sognano improponibili ritorni alle radici, come Isham, che non ha mai messo in piede in Marocco e studia l’arabo perché vuole trasferirvisi.

Per sfuggire all’imbuto di un milieu fin troppo cesellato, che a tratti ricorda gli spaccati socio-intimisti di un Guédiguian, Amaouche cerca di appoggiarsi a una scrittura libera, aperta, che si distende sovente in frasi lirico-visive sostenute da vibranti crescendo di oud, alcune delle quali richiamano la matrice modellizzante del western classico, mondo ideale in cui vive proiettato uno dei personaggi. A confortarlo, una direzione di interpreti piuttosto matura e sottile, nonostante la giovane età. Peccato che per raggiungere la dimensione metaforica, Amaouche si appoggi talvolta a facili effetti emotivi e per far procedere il racconto si rifugi in strappi improvvisi e un po’ sospesi nel nulla. Non resta che aspettare alla sua opera seconda questo talento, che ha alle spalle due corti assai apprezzati come De l’autre coté (2003) e Quelques miettes pour les oiseaux (2005).

62. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAdieu Gary
Regia e sceneggiatura: Nassim Amaouche; fotografia: Samuel Collardey; montaggio: Julien Lacheray; suono: Dana Farzanehpour; scenografia: Dan Bevan; musiche: Le Trio Joubran; interpreti: Mhamed Arezki, Jean-Pierre Bacri, Yasmine Belmadi, Alexandre Bonnin, Sabrina Ouazani, Hab-Eddine Sebiane, Dominique Reymond; origine: Francia, 2009; formato: 35 mm, colore; durata: 75’; produzione: Les Films A4; coproduzione: Studio Canal, Rhône-Alpes Cinéma; distribuzione: Studio Canal.

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