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Min yè...

di Souleymane Cissé

Un’incursione nel microteatro familiare

Non poteva che essere celebrato nella massima vetrina del cinema mondiale il ritorno di Souleymane Cissé. A Cannes, dove il regista maliano ha portato i suoi gioielli più preziosi – Finyé nel 1982, Yeelen nel 1987 e Waati nel 1995 – e dove, grazie alla World Cinema Foundation di Scorsese, ha fatto riscoprire classici senza tempo della cinematografia africana, come Al momia (1969) di Shadi Abdel Salam. A dire il vero, in Min yè… (Dis-moi qui tu es, 2009), presentato in anteprima mondiale fuori concorso, ma in gara per il Prix Un Certain Regard, come del resto era accaduto in passato per gli altri lungometraggi, Cissé, più che ritornare sui propri passi, anche questa volta si rimette in gioco in un’avventura produttiva ed espressiva di segno nuovo che merita, e necessita, di essere valutata con strumenti analitici specifici.

Va anzitutto messo in conto che Min yè…, prodotto in grande economia dalla società di Cissé e girato in digitale, è stato concepito e messo in scena originariamente come una serie televisiva in dieci minipuntate. La destinazione per il piccolo schermo è un fattore chiave per comprendere diverse scelte di ordine produttivo ed espressivo che esulano dal metodo abituale del regista, a partire dal cast artistico. Più che affidarsi, come di consueto, a interpreti non professionisti, Cissé ha voluto infatti volti noti al pubblico maliano, come la conduttrice Sokona Gakou – cui il regista aveva già pensato per il ruolo della regina peul di Yeelen e che qui firma anche i costumi – per il ruolo della protagonista Mimi, e la star del piccolo schermo Alou Sissoko – noto soprattutto per il feuilleton Walaha – per quello dell’amante Abba; in quello del marito di Mimi, come a segnare il proprio ruolo di promotore del cinema maliano (e dell’area subsahariana occidentale), ha scritturato invece il regista Assane Kouyaté, presente già a Cannes nel 2001 con il suo Kabala.

Sì, il plot di Min yè… ruota proprio intorno a un triangolo alla Feydeau, complicato però da un elemento centrale nella cultura e nella società maliane, come la poligamia. Siamo in una villa lussuosa ed elegante di Bamako, che accoglie una famiglia in qualche modo rappresentativa della borghesia colta e dinamica del Paese: Mimi, una volitiva e ancora piacente operatrice sanitaria over 50, è sposata da sempre con Issa, affermato regista, che da dieci anni divide con una seconda moglie. Una sera, tornando inatteso da un set fuori città, Issa sorprende nel cortile di casa Mimi a colloquio con un certo Abba, che lei presenta come un amico d’infanzia. Nutrendo già sospetti sulla fedeltà della moglie – per via di un fantomatico fornitore di pesce che le fa arrivare la merce direttamente a casa –, Abba esplode in una furiosa scenata di gelosia.
Di qui alla richiesta di divorzio il passo è breve: per Mimi, che ha una relazione da tempo con Abba, a sua volta sposato con due mogli, sembra l’occasione ideale per lasciare Issa e mettere alle strette l’amante, così da averlo tutto per lei; non per questo ammette però la propria relazione, così che Issa, pentito, chiede la mediazione della propria sorella maggiore. La visita in casa di Mimi delle sorelle di Issa addolcisce la donna, che torna sui suoi passi e ritira la richiesta di divorzio, senza però rinunciare ad Abba. Divisa fra passione e rispetto delle tradizioni, Mimi crede di poter continuare a giocare con i sentimenti di Issa, ma il marito capisce presto le sue intenzioni, ed è stavolta lui a ricorrere al giudice, denunciandola per adulterio. Una pistola, un’auto e due amanti in un letto: fra tentativi di riconciliazione e nuovi strappi dolorosi, le sorti del matrimonio si decideranno in una notte, con una resa dei conti dolorosa per tutti.

Come evidenzia l’intreccio, Min yè… può essere letto come un’amara commedia di costume e insieme come un’analisi della borghesia colta maliana, vista nella lente di una pratica secolare e ormai del tutto secolarizzata, come la poligamia. Diversamente dal corrotto El Hadj, protagonista di Xala di Sembene Ousmane, Issa non esibisce infatti alcun debito – fosse anche di ordine culturale – nei confronti dell’islam, né peraltro sembra ricorrere alla poligamia come marca di uno status sociale privilegiato: contribuisce semplicemente a perpetuare questo istituto senza metterlo in discussione, amando, a suo modo e sinceramente, entrambe le mogli.
Il regime di focalizzazione doppio scelto da Cissé – così da inglobare il punto di vista di entrambi i soggetti in gioco – lo mette in una posizione ben diversa da quella dell’autore di Finyé, tanto per intenderci, in cui, come nel Sembene di Xala, il giudizio di condanna dell’istituto poligamico era dichiarato. Al regista di Min yè… interessa indagare piuttosto, secondo un approccio fenomenologico, il microteatro quotidiano, fitto di isterie e contraddizioni insolubili, che caratterizza un tipico ménage poligamico nella società maliana attuale, lasciando ampi margini di giudizio allo spettatore sul comportamento dei singoli.

Certo, nell’equilibrio di pesi e contrappesi emotivi della drammaturgia, il piatto sembra pendere dalla parte del fragile, irascibile ma in fondo non violento Issa, e il surplus simbolico che gli deriva dall’essere un regista può far pensare, in ultima analisi, a un intenzionale sbilanciamento, cui contribuisce – con un’interpretazione assai controllata – Assane Kouyaté, ma questo non sminuisce l’operazione di decostruzione, dall’interno, compiuta da Cissé sull’istituto della poligamia.
D’altra parte, se è lontano dal Makan di Baara, Issa non lo è meno, tuttavia, da Balla Diarra. Eroi positivi, sia pure con le loro fragilità – come l’ingegnere martire, ma conservatore in fatto di rapporti di genere, del film del 1977 – non ce ne sono in Min yè… Meno che mai, eroine. Mimi ci viene presentata come una donna dinamica, moderna, brillante, tanto realizzata sul piano lavorativo – opera per un’organizzazione non governativa sanitaria – quanto incerta su quello dei suoi rapporti con l’altro sesso, divisa com’è fra eros e considerazione sociale, ricerca di un rapporto totalizzante – con Abba, che vorrebbe solo per lei – e piacere del dominio. La figura forse più simile, nella filmografia di Cissé, a Mimi, la possiamo sempre trovare in Baara, ed è Djénéba, l’imprenditrice fiera e sessualmente libera che sfida il potere del marito industriale: se lì era la disponibilità fin troppo marcata all’avventura erotica ad indebolirne la posizione nella dialettica di genere, qui è una volubilità caratteriale che, sia pur non priva di punti di debolezza – come l’instabilità emotiva e la superstizione – presenta a tratti intenti manipolatori.

In questo microcosmo borghese urbano, ritratto con un’ironia tagliente da Cissé, mariti mogli e amanti si cercano e si parlano soprattutto al cellulare, mettendo in atto pratiche comunicative distorte e tendenziose, in un gioco di mascheramenti ed autorappresentazioni dal respiro sterilmente consolatorio. Gli spazi fisici vitali sono raramente condivisi e, quando lo sono, l’atmosfera si carica di una tensione sempre pronta ad esplodere. Basti pensare ai riti, eminentemente sociali, del pasto e in particolare a due episodi in cui vediamo Mimi completamente a suo agio solo quando, piombando nello spazio domestico della rivale (la seconda moglie di Issa) in piena festa di compleanno del marito, divora con gusto la sua fetta di torta, dopo essersi liberata della donna e dei suoi figli; oppure a quella, appena successiva, in cui dà piena soddisfazione al proprio appetito, cenando sola nel cortile di casa.

In momenti come questi, narrativamente piuttosto irrilevanti, emerge un partito preso stilistico inedito per un fine tessitore di partiture audiovisive come Cissé, vale a dire la propensione a un regime di ripresa nel segno della continuità che però si sposa con l’uso di un cadrage stretto, calibrato sul primo piano, e al contempo dinamico, con la macchina da presa che, senza indulgere in nessun espressionismo ipercinetico, segue con morbida eleganza i suoi personaggi, come a richiamarne insistentemente la piccola dignità di eroi mediocri del quotidiano. Non mancano naturalmente i momenti di sospensione agonica, riscaldati da un soundtrack anch’esso inedito – come pratica espressiva, non certo per i brani scelti, spesso familiari, di nomi come Ali Farka Touré, Rokia Traoré e Oumou Sangaré –, costituito perlopiù da un assemblaggio di motivi, armonizzato a tratti da un commento orchestrato da David Reyes.

Nel Cissé di Min yè…, l’istanza fenomenologica, pur dominante, non annulla l’altra componente centrale del suo immaginario dialettico, vale a dire la propensione metaforica, per non dire cosmica. Se il titolo stesso richiama la centralità dell’orizzonte interpersonale – analogamente a Den muso, ma secondo una modalità assai più enigmatica e allusiva –, come accade da Finyé in avanti, il film si apre e chiude all’insegna di un’opzione di lettura cifrata, metastorica, veicolata dalla presenza di alcuni concetti/ideogrammi del pensiero bambara – quattro nel prologo (môko/persona, dinyé/mondo, muso/donna, tié/uomo) e uno nell’epilogo (ancora môko/persona) – che, quale sia l’articolazione sintattica si voglia dar loro, insistono su una prospettiva antropomorfica, per dirla alla maniera del primo Visconti, su uno sguardo, cioè, volto più a ricollocare uomini e donne nell’orizzonte del proprio spaziotempo di riferimento che a interrogarne i destini in una logica che sfugge alle categorie socioculturali e storiche contingenti.

Ma, in fondo, come comprova la doppia panoramica verticale che sigilla il film, su un albero, e come contribuiscono a confermare gli sguardi, sospesi, che Cissé ritaglia dalla diegesi – sulla spiaggia al tramonto, su un ragno che avviluppa con pazienza la sua preda, su una mandria di tori che fronteggia minacciosa l’auto di Issa – tutto continua a rinviare sempre dal microteatro meschino e secolare del quotidiano alla sacralità panteistica della terra. È infatti su una distesa brulla e indefinita che torna ad involarsi, prima di lasciarci nel buio, lo sguardo della macchina da presa.
L’ultimo segnale di discontinuità, fra i molti già rilevati, riscontrabili in Min yè… si situa, a nostro avviso, sul versante epistemologico o, se si vuole, comunicazionale. Mi riferisco a quella che potremmo definire la volontà di essere popolare, che sembra accomunare questo Cissé all’ultima parabola di altri autori di riferimento del cinema africano, da Sembene Ousmane (Faat Kiné e Moolaadé) a Djibril Diop Mambéty (la trilogia non chiusa della petits gens), passando per l’Idrissa Ouédraogo minimalistico e glocal dei recenti lavori in digitale. Non c’è dubbio che la destinazione televisiva del progetto abbia predeterminato, come evidenzia l’analisi, diverse scelte di fondo. Rimane, sia pure all’interno di un’operazione in qualche modo transitoria, che patisce la presenza di limiti produttivi originari, la forza di un gesto che mira a riaffermare un rapporto autentico e privilegiato con il proprio pubblico, come il bisogno di un nuovo riconoscimento dal basso, necessario a spiccare il volo verso una nuova avventura nel visibile, ci auguriamo quanto mai prossima. Bentornato, maestro.

62. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsMin yè… (Dis-moi qui tu es)
Regia e sceneggiatura: Souleymane Cissé; fotografia: Fabien La Motte, Xavier Arias, Thomas Robin, Amaury Agier Aurel, Nicolas Mercier, Youssouf Cissé; montaggio: Andrée Davanture, Youssouf Cissé, Barbara Bossuet, Marie Estelle Dieterle; musica: David Reyes, Mamah Diabaté; canzoni: Ali Farka Touré, Oumu Sangaré, Rokia Traoré, Moussa Cissé, Toumani Kouyaté; scenografia: Bakary Ouattara; costumi: Sokona Gakou; suono: Idrissa Joseph Traoré; interpreti: Assane Kouyaté (Issa Karissi, il marito), Sokona Gakou (Mimi, la moglie di Issa), Alou Sissoko (Abba Koma, l’amante di Mimi); origine: Mali, 2009; produzione: Souleymane Cissé per Filimu Sisé/Les Films Cissé (Mali), in collaborazione con UCECAO (Mali), Fonds Sud Cinéma, Fonds Images Afrique; formato: 35 mm, col.; durata: 135’

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