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Un Prophète

di Jacques Audiard

Piccoli gangster crescono

È proprio vero. Da sempre, vincitore morale e reale di una Palma o di un Leone non si identificano quasi mai in uno stesso premiato, il che trasforma l’esercizio dei sondaggi a suon di stelline dei daily più in un monitoraggio utile a tastare il polso della stampa internazionale che ad avanzare previsioni sul responso della giuria ufficiale. Quest’anno è toccato ad Un Prophète di Jacques Audiard tornarsene a casa con la Palma virtuale del più amato dei film in concorso, oltre che al Gran Premio della Giuria. Si rifarà in chiave César, magari replicando il successo ottenuto con Sulle mie labbra (2001) (3 statuette) e soprattutto con Tutti i battiti del mio cuore, con cui il 57enne sceneggiatore e regista figlio d’arte - suo padre, Michel Audiard è stato un grande artigiano della sceneggiatura, lavorando tra gli altri con Boisset, Miller, de Broca - si è aggiudicato ben nove Oscar francesi.

L’eroe solitario e senza gloria del titolo è Malik El Djebena (Tahar Rahim), un giovane sbandato di periferia, probabilmente di origini algerine che, passando da un istituto correzionale all’altro, una volta superata la maggiore età viene inviato nella terribile Centrale, ricettacolo di boss e gregari della malavita organizzata, dove deve ancora scontare tre anni. Isolato e analfabeta, Malik diventa subito un bersaglio facile per secondini e detenuti, finché César Luciani (Niels Arestrup), padrino di primo piano della mafia corsa, lo prende sotto la sua ala, non prima di averlo sottoposto a una prova di forza, costringendolo a uccidere uno spacciatore del gruppo rivale degli arabi. Una volta affiliato, Malik non tarda a conquistare la fiducia del capo, pur visto con sospetto dai suoi scagnozzi, tutti rigorosamente corsi. Quando la maggior parte di loro sono rilasciati a seguito di un indulto, e Malik ottiene la libertà vigilata, Luciani gli affida missioni sempre più pericolose e importanti per il suo gruppo.

Trasferito in una cella confortevole grazie all’affiliazione al clan dei corsi - che gode dell’appoggio di diversi responsabili fra le guardie carcerarie -, beneficiato di sigarette e altri regali dal boss, Malik riceve di tanto in tanto le visite dello spettro dell’arabo ucciso che, per oscure ragioni, sembra proteggerlo per così dire dai cattivi incontri: lo chiamano profeta perché, grazie a queste visite, è in grado di identificare un attimo prima degli altri la fonte del pericolo. Avendo appreso a leggere e a scrivere grazie a Ryad (Adel Bencherif), il ragazzo si riavvicina alla microcomunità araba del carcere che lo ha sempre considerato un traditore e ne favorisce una nuova alleanza con il clan dei corsi. Man mano che acquista familiarità con l’ambiente, approfittando della conoscenza dell’arabo e del dialetto corso - appreso di nascosto dai compagni di mala - Malik finisce per diventare l’occhio e la mano di Luciani all’esterno del carcere e viene incaricato di una nuova, complessa, missione, insieme a Ryad, che scopre essere malato di tumore. Luciani non sospetta però che Malik - il quale ha già da tempo avviato affari in proprio con Jordi, uno spacciatore gitano - ha in testa un piano ambizioso...

Prison film asciutto e rigoroso, Un Prophète risolve con brillante disinvoltura il partito preso della chiusura pressoché totale nello spazio carcerario, senza indulgere in forzature espressionistiche, né in un’eccessiva enfasi sui dialoghi. Audiard concentra la propria attenzione nella costruzione del personaggio di Malik: Rahim, qui alla sua prima prova di interprete, dà vita a una figura sfuggente, magnetica, che si impone per una presenza al contempo rigida e imprevedibile, un piccolo spietato Zelig in grado di costruirsi dal nulla un potere trasversale, grazie alla capacità di comunicare con tutti i clan in lotta - corsi, arabi e italiani. Il regista sceneggiatore tesse con grande abilità la tela di un rapporto di filiazione tra Malik e il vecchio boss Luciani, intepretato con pregevole misura da Niels Arestrup. Oltre alla direzione degli attori, Un Prophète deve la sua efficacia alla macchina narrativa - soggetto e sceneggiatura sono scritti a quattro mani con Abdel Raouf Dafri, marsigliese di origini algerine, autore dello script del dittico Mesrine -, e a un montaggio serrato e nervoso, che garantisce una tensione drammatica sostenuta fino ai titoli di coda. Robusto film di genere, si fa apprezzare, in ultima analisi, per un rapporto particolarmente felice, sul piano espessivo, tra ambizioni e risultati. Per vederlo anche in Italia, siamo nelle mani della Bim, che speriamo metta in circolo anche qualche copia in versione originale, così da preservare il singolare impasto linguistico dei dialoghi.

62. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsUn Prophète (Un profeta)
Regia: Jacques Audiard; soggetto: Abdel Raouf Dafri, Nicolas Peufaillit, da un’idea di Abdel Raouf Dafri; sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain; fotografia: Stéphane Fontaine; montaggio: Juliette Welfling; musica: Alexandre Desplat; scenografia: Michel Barthelemy; suono: Brigitte Taillandier, Francis Wargnier, Jean-Paul Hurier; interpreti: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi; origine: Francia, 2009; produzione: Why Not Productions, Chic Films, France 2 Cinéma, UGC Images (Francia), in collaborazione con Bim Distribuzione (Italia); distribuzione italiana: Bim; formato: 35 mm, col.; durata: 150’

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