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The Silent Army

di Jean Van De Velde

Un uomo che grida non è un orso che danza

Perseverare autem diabolicum, avrebbe detto il buon Seneca. L’adagio in questione è riferito a un’odiosa ricorsività che non può non colpire - in questo caso, indignare - un modesto frequentatore di Cannes che, negli ultimi anni, ha avuto gioco assai facile nel censire e seguire gli sparuti film opera di registi africani, diasporici e non - soprattutto e non - di un qualche interesse per la nostra testata. C’è da chiedersi, in un festival che continua a vantare un’apertura d’orizzonti alle culture del mondo, quale occulta ragione giustifichi, per il secondo anno consecutivo, l’inserimento all’interno della selezione ufficiale, nella sezione Un Certain Regard, di un film sui bambini soldato che grida vendetta agli occhi di chiunque abbia a cuore le sorti dell’immagine dell’Africa. L’anno scorso era toccato al neoespressionistico Johnny Mad Dog di Jean-Stéphane Sauvaire, prodotto da Mathieu Kassovitz, rutilante tour da circo degli orrori nella Liberia della guerra civile, raccontato con la sensibilità di un globetrotter del plagio, per cui valgono le attente considerazioni prodotte da Olivier Barlet su Africultures. Quest’anno, si replica con il non meno regressivo The Silent Army, titolo internazionale dietro cui si cela una nuova versione dell’olandese Wit licht (2008), diretto da Jean Van De Velde e interpretato dal cantante pop Marco Borsato, di chiare origini italiane.


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L’esercito del titolo è l’Holy Army for Free Fatherland, un gruppo ribelle che infesta la regione impervia dell’Uganda del nord, capitanato dal feroce ex-ministro Michel Obeke (Abby Mukiibi Nkaaga), e che regolarmente compie incursioni nei villaggi della zona, razziando animali e cose, facendo strage di civili e portando via bambini che vengono trasformati in spietate macchine da guerra. Tra questi c’è il piccolo Abu (Andrew Kintu), figlio di un uomo invalido e di una inserviente nel ristorante gestito da Eduard (Marco Borsato), un simpatico cuoco olandese. Sentendosi in colpa nei confronti del figlio Thomas (Siebe Schoneveld) che trascura per il lavoro, quando nel villaggio i ribelli portano via Abu, il migliore amico di Thomas, il cuoco sale sulla sua 4x4, in compagnia del figlio per giunta, deciso a ritrovare il piccolo, avventurandosi nell’area controllata dall’Holy Army.

Quando la - avvenente e santa-subito Valérie (Thekla Reuten) - responsabile dell’ONG African Child Rescue chiede al cuoco con una qualche perplessità che cosa speri di ottenere, anche ammesso che riesca ad arrivare vivo all’accampamento dei ribelli - e non, peccato, chi abbia scritto una sceneggiatura così improponibile, che neanche uno sceneggiatore Disney sotto acido - lo stolido Eduard le risponde di conoscere Obeke, un suo vecchio cliente del ristorante con cui giocava a carte, e che quindi spera di convincerlo a liberare i bambini-soldato. Ed è esattamente quello che fa, circa quarantacinque minuti dopo, piombando nell’accampamento inaccessibile che ha riconosciuto - grazie ai disegni degli ex-bambini soldato sopravvissuti - proprio nel momento in cui vi atterra un aereo pieno di armi portate da un cattivissimo mercante d’armi olandese con la complicità di un altrettanto infido fotografo di guerra. Non c’è rischio che in tutto questo il prode eroe per caso ci rimetta le penne: a salvarlo è Ama (Mieke Lawino) una povera bambina, schiava sessuale di Obeke e per giunta senza lingua, che si sacrifica per la giusta causa, bevendo il tè avvelenato che gli era destinato e facendo esplodere le casse di armi giusto in tempo per far partire in aereo il cuoco olandese e avviare su fondo bianco i titoli di coda.

Nato a Bukavu (l’allora Congo belga) nel 1957, da una famiglia di coloni olandesi, nelle note d’intenzione il regista ha raccontato di essere cresciuto in una grande casa con giardino sulle rive del lago Kivu, e di avere imparato a sparare, lui e il fratellino di tre anni, proprio in quel giardino. E non agli animali. Ai ribelli, appunto, che infestavano la zona, un territorio ricco di miniere d’oro e diamanti e conteso già allora da hutu e tutsi, da cui il regista e la famiglia sarebbero fuggiti negli anni Sessanta. Nato su proposta dei produttori, il film è stato realizzato grazie al coinvolgimento nel progetto del neomelodico Borsato, alla prima prova d’attore cinematografico, ma Van De Velde si attarda a descrivere con calore il lavoro di preparazione della sceneggiatura e il clima di collaborazione incontrato in Uganda e Sudafrica per le riprese.
Per chi scrive è difficile riconoscere anche solo una dose omeopatica di onestà intellettuale nello sceneggiatore-regista, che con la piccola furbizia di un trafficante di emozioni, ha costruito una, peraltro traballante, trappola ideologica, su misura per un pubblico di occidentali, minori per anagrafe o sensibilità politica.

Se sui bambini soldato non esistesse già un film di rara forza espressiva e acutezza di registro come Ezra (2007) di Newton I. Aduaka, annunciato a suo tempo per la distribuzione in sala da Ripley’s Film e appena uscito in homevideo oltralpe, mi sentirei un po’ meno sicuro nel giudizio. Anche perché, quest’anno - non quello scorso, lo shock mi aveva come paralizzato - sono stato l’unico a inveire contro i titoli di coda, circondato da una platea plaudente di accreditati, ben grata di essersi potuta ripulire a così buon prezzo la propria cattiva coscienza. Ancora e di nuovo, davanti a manifestazioni così tristemente spudorate di razzismo ed estetizzazione della violenza, ci soccorre la voce di Aimé Césaire in Cahier d’un rétour au pays natal (1939), ripresa dall’ispirato Abderrahmane Sissako di La Vie sur terre (1998), quando scriveva che un homme qui crie n’est pas un ours qui danse (un uomo che grida non è un orso che danza).

62. Festival di Cannes | Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsThe Silent Army
Regia: Jean Van De Velde; sceneggiatura: Jean Van De Velde; fotografia: Theo Van De Sande; montaggio: Peter Adam; scenografia: Wilbert Van Dorp; suono: Peter Warnier; interpreti: Marco Borsato, Andrew Kintu, Abby Mukiibi Nkaaga, Thekla Reuten; origine: Olanda, 2008; produzione: The Entertainment Group (Olanda), Honoris Causa Communication (Francia); formato: 35 mm, col.; durata: 92’; sito ufficiale: witlichtdefilm.nl

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