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Poeta diventerò...

di Adel Bakri

In cerca di Jullanar

Presentato nell’ambito della quarta edizione del festival Doc à Tunis (1-5 aprile) e il 4 giugno a Roma, in occasione del quarto Dialog Festival, all’interno di una serata speciale dedicata al grande poeta palestinese Mahmud Darwish, Poeta diventerò… è un piccolo ma sincero road-movie realizzato in omaggio al poeta tunisino Abdel Jabbar El Ech. Dietro la cinepresa, per la prima volta, il tunisino Adel Bakri, romano d’adozione (dal 1989), con alle spalle una lunga gavetta di assistentato in televisione e, soprattutto, un’altrettanto ricca attività di attore e regista teatrale, con diversi ruoli anche sul grande schermo, tra cui l’ultima fatica del visionario regista siriano Mohamed Malas, Al-mahd, prodotto dagli Emirati, ancora in postproduzione.

Dedicato a Darwish e alla madre del regista, Poeta diventerò… è anzitutto un cinediario di viaggio: sei giorni fra Italia e Tunisia, e poi ancora tra il nord del Paese, Sfax (città natale del poeta) e Haidra – cittadina densa di memorie archeologiche, cara tanto al regista (che ci è nato) quanto al poeta (che vi ha vissuto e trovato ispirazione). Conterraneo di Nouri Bouzid, Abdel Jabbar El Ech è, anche lui, un cantore degli uomini di cenere – perdenti, diversi, discriminati per la loro sete di libertà («gli emarginati sono i suoi amici, come il canto e il vino nel bicchiere»), come il Farfat di L’homme de cendres (1986): quasi tutti i miei scritti gridano sarcasmo e gioia… a volte sono scuri, ma mi stupisce il fatto che tu abbia colto solo la tristezza nei tratti del mio volto… sarà perché ho fallito nell’infettarmi del virus della vita e dell’amore per la vita, fino a restare attaccato alla vita solo nella lingua incisa nel bianco dei fogli, senza riuscire a farmi influenzare dai miei sogni? […] se sono triste è perché la devastazione non è ancora divenuta abitudine; quando la devastazione diventerà abitudine, rinunceremo alla tristezza…. Bruciato come loro, Abdel Jabbar El Ech si è confinato in una sorta di esilio spirituale, trovando conforto nella vita semplice, nell’ascolto della voce del mare, nella compagnia di pescatori e soprattutto in una parola, la sua, che pure si configura, poeticamente, come un’incessante sequela di domande sul senso della sofferenza e della solitudine, e come un inno – quanto mai laico e terreno – ai piaceri della vita, consegnati a chi può e sa farne tesoro.

Diviso in capitoli, accompagnato da riferimenti al mito di Gilgamesh, cullato dalle morbide e sinuose curve melodiche dell’oud di Adel Bouallegue, arricchito da una breve ma intensa performance di teatro-danza, il cineviaggio di Bakri sembra configurarsi dapprima come una sorta di conversazione poetica in cui la voce del narratore (lo stesso Bakri) anticipa e poi rilancia nuove domande allo scrittore, immergendo lo spettatore in un tessuto denso di echi letterari ma anche di dolorosi richiami alla realtà di un Paese che emargina gli spiriti liberi, non tollerando il dissenso, in qualsiasi forma si manifesti. Anche quando si tratta della sacra follia dei poeti. Finché la voce stessa del poeta fa ripartire il viaggio verso Haidra, un villaggio di montagna dove nel 1988 Abdel Jabbar El Ech, ispirandosi al personaggio della regina del mare, protagonista di una delle novelle più coinvolgenti delle Mille e una notte (Storia del matrimonio del re Badr Basim, figlio del re Shahrimàn, con la figlia del re as-Samandal, compresa nel terzo volume dell’edizione a cura di Francesco Gabrieli per Einaudi), dà vita a un poema in cui inneggia a Jullanar, una giovinetta che è l’emblema dell’amore per la vita, per l’arte, per la libertà, pegno di una speranza che è più forte di tutti i freni imposti dal potere. Ripartire da Haidra significa fare i conti con un passato glorioso, con un’eredità millenaria in cui si sono incrociati berberi, romani, bizantini, arabi, ottomani, francesi. Ma in questo remoto villaggio montano, ormai solo le pecore pascolano fra le rovine dei tempi di Settimio Severo, come a confermare l’impressione di un Paese che si è smarrito. E allora il viaggio prosegue, da un oasi lussureggiante, dove pastori berberi ripetono canti d’amore strazianti, a paesaggi che ci immergono in un prima-della-storia dove tutto sembra ancora possibile. È qui che, seguendo le orme del narratore e la voce del poeta, torniamo a inneggiare a Jullanar, proiettando rabbia, voglia di vivere e speranze in un nome che vuol dire futuro.

Realizzato in regime di autoproduzione, con un budget e mezzi tecnici estremamente ridotti, Poeta diventerò… vibra di un’intensità preziosa soprattutto nei numerosi momenti in cui la parola poetica di Abdel Jabbar El Ech, fratello spirituale di Mahmud Darwish e del tunisino Abou el Kacem Chebbi, entra in risonanza con gli scorci di una Tunisia profonda e lontana dall’esotismo per turisti. Talvolta, invece, la parola soffoca e imbriglia le immagini, come se il narratore/regista sentisse il bisogno di richiamare costantemente l’attenzione dello spettatore, focalizzandola sul filo di una riflessione che ora si ingolfa e intorbida nel didascalismo ora si risolleva ed esalta, grazie alle parole del poeta. Ciò detto, questa prima prova registica di Bakri rimane un esperimento di crossover cinema/poesia tanto intrigante sul piano espressivo quanto profondamente sentito. Lo aspettiamo alla prova dell’esordio, con il suo script L’albero della sera: sarebbe potuta essere la rentrée di Ahmed Attia alla produzione di un film tunisino se due anni fa non fosse mancato per una grave malattia che lo rodeva da tempo. Poeta diventerò... è nato di getto alla notizia della morte di Attia. Lo dobbiamo un po’ anche a lui.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsPoeta diventerò...
Regia: Adel Bakri; sceneggiatura: Adel Bakri; testi: Adel Bakri, Lina Takla, Ali Taha; fotografia: Hassen Amri; suono: Ahmed Malaoui; montaggio: Adel Bakri; musiche: Adel Bouallegue, Pino Cangialosi; con: Abdel Jabbar El Ech, Oussama Kochkar, Adel Bakri; origine: Tunisia/Italia, 2008; formato: Digibeta; durata: 52’; produzione: Adel Bakri, con il contributo di IMAIE.

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