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Pray the Devil Back to Hell

di Giti Reticker

Leymah, Samia e le altre: la nuova Africa in marcia

Giovedì 2 luglio, il secondo Senza Frontiere Film Festival ha battuto un colpo importante in favore dell’empowerment femminile in Africa. Il movimento alterglobalista ha favorito l’emergenza in Africa di una nuova generazione di donne attive nella società civile, e sempre più presenti e vincenti anche nella sfera degli organismi rappresentativi. Uno degli esempi più significativi di questa generazione è Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia dal 2006 e primo capo di stato donna in Africa. Come dimostra il vibrante Pray the Devil Back to Hell, Premio della Giuria per il Miglior Documentario al Sundance 2008, se questo è potuto succedere, è perché proprio le donne hanno strappato con i denti il trattato di pace a Charles Taylor e ai signori della guerra che avevano tenuto in scacco il Paese dal 1989 al 2003, con un conflitto feroce, combattuto unicamente per il controllo di diamanti e altre ricchezze minerarie del Paese, ricorrendo perlopiù a bambini-soldato rapiti dai villaggi e ad azioni terroristiche indiscriminate sui civili. E per una donna che governa grazie a una lotta di base tenace ed efficace, la serata si è chiusa sul profilo di una leader in formazione, che aspira a diventare una grande protagonista della scena politica africana, restituendo dignità e valore all’eredità di un padre molto speciale come Kwame Nkrumah: si chiama Samia, possiamo considerarla romana d’adozione, ed è stata eletta nel 2008 nel parlamento del suo paese natale, il Ghana. Ma andiamo per ordine.

Pray the Devil Back to Hell, diretto dalla vincitrice di Emmy Giti Reticker e prodotto dalla filmmaker Abigail S. Disney, è un reportage intenso ma rigoroso, incardinato dalla testimonianza delle leader di un movimento pacifista di base (WIPNET, Women in Peace Networking) che in quattro anni, dal 1999 al 2003, sono riuscite a fare breccia nella paura delle donne di Monrovia e dell’entroterra, cristiane e musulmane in testa, trasformandole in un piccolo esercito agguerrito che con la sola forza della parola ha costretto i grandi del Paese a sedersi attorno a un tavolo negoziale. Tutto è partito da un’idea semplice ma ambiziosa, concepita da una giovanissima attivista cristiana, allora 17enne, Leymah Gbowee: formare una massa critica di donne fedeli (Christian Women’s Initiative) unificate dall’unica parola d’ordine della pace, e fare con questo gruppo un’azione di lobby dal basso sui ministri della chiesa, in modo che essi stessi potessero fare pressione sui leader politici e militari. Il rapido allargamento del fronte alle donne musulmane ha consentito al gruppo di presentarsi come soggetto super partes, in un quadro politico-militare che vedeva contrapposto il regime di Charles Taylor (di confessione cristiana) e l’alleanza del LURD, formata da gruppi di opposizione di fede islamica.

Dopo anni di azione nell’ombra, l’intensificarsi delle azioni di guerra da parte del LURD nell’aprile 2003 a pochi chilometri dalla capitale ha costretto le donne a rompere gli indugi ed attivarsi con un sit-in permanente al mercato del pesce di Monrovia che è cresciuto vertiginosamente in poche settimane fino ad arrivare a 2.500 donne, sempre più decise a ricorrere ad ogni mezzo pacifico per farsi sentire, compreso lo sciopero del sesso. Finché anche il sanguinario e cinico Taylor non si è degnato di concedere loro udienza, il 23 aprile, dichiarando contestualmente la disponibilità a trattare con i ribelli. Di lì a poco, grazie a un altrettanto convincente pressing sui signori della guerra del LURD, si è giunti ai colloqui di pace in Ghana, condotti per settimane mentre a Monrovia le forze cercavano di vincere la guerra sul campo senza esclusione di colpi. Quando il 21 luglio 2003, un missile colpisce l’ambasciata americana di Monrovia, facendo strage dei civili che vi si erano rifugiati, Leymah e le altre donne che seguivano i colloqui dall’esterno dell’hotel dove erano alloggiati Taylor e gli altri capi, rompono gli indugi, occupano l’edificio e costringono i leader a trovare un compromesso condiviso per arrivare a un cessate il fuoco e alla pace, grazie alla mediazione degli altri capi di stato africani. Si giunge così alla fuga in Nigeria del despota Taylor, al disarmo degli eserciti dei ribelli e alle prime elezioni presidenziali.

Assemblato con un robusto senso drammaturgico, ma senza ricorrere a scorciatoie sensazionalistiche né sentimentali, Pray the Devil Back to Hell, attraverso un montaggio serrato e coinvolgente, che lavora su materiali di repertorio raccolti nel 2006 dalle due autrici grazie al lavoro di emittenti, ONG e filmmaker indipendenti, oltre che sulle interviste realizzate ex novo a Leymah e alle altre eroine di questa storia, ricorda agli spettatori occidentali che la nuova Africa si è messa in marcia da tempo, senza aspettare aiuti né summit, ricorrendo ad armi saperi e talenti preziosi ed efficaci, detenuti soprattutto dalle sue donne (come Angélique Kidjo, cui si deve la morbida ballata dei titoli di coda, scaricabile dal sito del film). Le stesse che ha messo in campo Samia Yaba Nkrumah (nella foto) lo scorso anno, rientrando nel Paese che aveva lasciato a soli sei anni, seguendo il padre in esilio all’estero. Questa avventura politica è oggetto di Forward Ever, Backward Never!, un affascinante e necessario progetto di documentario, presentato alla Casa del Cinema, sempre il 2 luglio, dalla regista Barbara Melega.

Riprendere in mano l’eredità di Kwame Nkrumah (1909-72), a quasi cento anni dalla nascita – l’anniversario verrà celebrato con grande solennità tra pochi giorni, alla presenza del presidente Barack Obama, dal quale si attende un altro discorso storico, come quello del Cairo – ha significato per Samia, cresciuta intellettualmente fra Egitto, Inghilterra e Italia, riconquistare la fiducia anzitutto delle donne e degli uomini di etnia Nzema, nella regione Jomoro, la più povera e diseredata del Ghana, ripartendo dalle tre priorità del padre, vale a dire la lotta contro la povertà, le malattie e l’ignoranza. Leader dal 1948 del partito nazionalista Convention People’s Party (CPP), Nkrumah, grazie al suo carisma e alla forza visionaria delle proprie idee, riuscì in pochi anni a conquistare il consenso dei sudditi britannici dell’allora Costa d’Oro, passando dal carcere al soglio di Presidente nel 1960 del Ghana, primo paese dell’Africa sub sahariana ad emanciparsi dal giogo coloniale nel 1957. Proprio la tenace fede negli ideali panafricani e la strenua opposizione contro ogni forma di neocolonialismo, condotta non senza forzature istituzionali (come il referendum che nel 1964 lo trasformò in presidente a vita), furono causa della sua estromissione dalla scena ghanese. L’occhio di Barbara Melega, così attento e sensibile a cogliere tanto gli entusiasmi quanto le piccole esitazioni di una generosa neofita dell’agone politico come Samia Nkrumah, almeno a giudicare dal breve premontaggio di un progetto temporalmente ancora indefinito – le prossime elezioni presidenziali, alle quali la Nkrumah verosimilmente si candiderà, sono previste nel lontano 2012 – promette di regalare emozioni umane e cinematografiche forti a quanti hanno a cuore le sorti dell’Africa. Grazie anche al concreto supporto di un producer d’eccezione come Bernardo Bertolucci.

Leonardo De Franceschi | 2. Senza Frontiere Film Festival

Cast & CreditsPray the Devil Back to Hell
Regia: Gini Reticker; fotografia: Kirsten Johnson; montaggio: Kate Taverna, Meg Reticker; musiche: Blake Leyh (vocalist: Angélique Kidjo); origine: USA, 2008; formato: video, colore; durata: 78’; produzione: Abigail E. Disney per Fork Films, in associazione con Wide Angle Thirteen/WNET; sito ufficiale: praythedevilbacktohell.com

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