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Badou boy / Contras' city

di Djibril Diop Mambety

Ogni tanto è bello, per noi italiani, sentirci un po’ meno provinciali e alla retroguardia, quando si pensa al cinema e all’Africa. Ecco, l’uscita nelle scorse settimane in DVD, grazie a Rarovideo e al curatore Roberto Silvestri, dei primi due titoli del senegalese Djibril Diop Mambety (1945-98) rappresenta un piccolo evento di portata mondiale. Se Contras’ city, cortometraggio di 22 minuti girato nel 1969, era già disponibile dal 2005 come extra nell’edizione DVD statunitense (Kino Video) di Touki bouki (1973), almeno a nostra conoscenza, il mediometraggio Badou boy (1970, 56’) era assolutamente inedito nel panorama homevideo internazionale. Vista in questo contesto, la presenza dei sottotitoli inglesi in questa edizione rappresenta dunque un valore aggiunto cospicuo sul piano del mercato estero. Anche gli extra sono all’altezza della situazione, dal ricco e colorato booklet con testi di Silvestri ai contenuti speciali del DVD: il documentario Ouaga capitale del cinema (1999, 52’), dedicato al FESPACO, storico festival di cinema africano di Ouagadougou che quest’anno ha compiuto quarant’anni, è un sentito e affettuoso cinediario di viaggio nella storia del festival, realizzato dieci anni fa da Mohamed Challouf, generoso pioniere della promozione del cinema africano in Italia, con le sue Giornate del Cinema Africano di Perugia, e incorniciato da una memorabile apparizione di Djibril; per chiudere, l’intervista a Challouf di Silvestri, in cui riemergono aneddoti curiosi sulla vita, breve ma intensa, del «Godard africano».

Più che al borghese, colto, riconosciuto e prolifico principe della Nouvelle Vague, la parabola di Djibril rinvia però piuttosto a quella, ancora più bruciante nella sua brevità, di un poeta anarchico e provocatore come Jean Vigo, nell’inesausta vicinanza ai marginali di ogni risma che emerge da L’Atalante (1934), nell’attrazione per la follia libertaria dei bambini che puoi trovare in Zero in condotta (1933), per il piacere di reinventare con spirito dadaista il profilo di una città (lì Nizza, in A propos de Nice, 1930; qui Dakar). Djibril avrebbe prontamente irriso con il suo francese ostentatamente affettato anche questo richiamo, ma è pur vero che, a tentare l’esercizio contrario, cercando il Diop Mambety francese, italiano o statunitense, sarebbe impresa ardua. Vero è che Djibril è stata una figura unica nel panorama delle cinematografie subsahariane: nato a Dakar nel 1945 e figlio di un imam (come il maliano Cissé), autodidatta totale del cinema, Diop Mambety è arrivato dietro la mdp poco più che ventenne, nel 1966, girando in 16 mm e bianco e nero una prima versione di Badou boy. Alle sue spalle, dopo aver lasciato il liceo Blaise Diagne tre anni prima, aveva solo una serie di esperienze di formazione (assai irregolari e discontinue) e pratica come attore di teatro nella capitale, soprattutto al Théâtre Sorano e al Café Théâtre di rue Carnot, ma soprattutto una conoscenza diretta della Dakar più povera e aliena dalla retorica di regime del Presidente Senghor (oggetto di una vivace parodia in un passaggio di Contras’ city), in particolare di Colobane, il quartire-bidonville dove stazionavano migliaia di ex-contadini ed ex-pescatori di recente urbanizzazione.

Tutto il cinema di Diop Mambety - se si eccettua Parlons grand-mère, lo specialissimo making of di Yaaba (Idrissa Ouedraogo, 1990), che segna il suo ritorno dietro la cinepresa, a 17 anni dal capolavoro acido Touki bouki (1973) - è in qualche modo inquadrato dal punto di vista di uno dei mille diseredati, vitali e anarchici, di Colobane. Ma forse Djibril non sarebbe stato d’accordo neanche su questo, visto che l’eredità più grande lasciata al cinema africano sarebbe stata quella di aver contribuito, con la meteora-Touki bouki, a mettere in discussione l’immagine di una cinematografia prigioniera dell’istanza rappresentazionale, condannata cioè, sempre e comunque, a raccontare con le formule di un realismo sociale all’africana le contraddizioni delle società e dei cittadini dei nuovi stati nazionali, a cavallo fra tradizione e modernità. Una cinematografia, di cui campione riconosciuto era proprio il decano dei decani, Sembene Ousmane, regista del primo lungo di finzione subsahariano (La noire de…, 1966). Nessuno, più di Diop Mambety, ha avversato, sul terreno della prassi, l’idea di un cinema didattico, prodotto da un regista-griot portatore di un sapere e di un vissuto collettivi. Basti pensare, appunto, a Contras’ city e a Badou boy.

Il primo corto, erede indiretto ed eretico di un filone cardine dell’avanguardia europea degli anni Venti, quello delle sinfonia della città che, da Ruttmann (Berlino, sinfonia di una grande città, 1927) a Vertov (L’uomo con la macchina da presa, 1929), ci fa scoprire le mille anime di una Dakar eterogenea, stratificata, multiconfessionale, con uno sguardo che è volutamente lontano anni luce dai rigidi schematismi dicotomici del Sembene di Borom sarret (1963, in cui un carrettiere attraversava suo malgrado i quartieri ricchi della capitale, rimettendoci carro e asino) e La noire de… (in cui una domestica nera pagava a caro prezzo la decisione di aver lasciato Dakar, seguendo fino ad Antibes una coppia di cooperanti francesi, fino a rimanere in una situazione di semischiavitù). Il confronto con l’altro passa qui per un ironico sdoppiamento della voce di commento, che trasforma Contras’ city in una sorta di home movie, con lo stesso regista che dialoga con una ragazza francese, inquadrata nella sequenza dei titoli: «Oh, ma douce France!», oppure «Mais c’est Paris!» esclama la francesina, e Djbril, in un eloquio sorvegliato e sornione, le dimostra trattarsi invece del municipio di Dakar e di un vecchio bus. Così, quella che sembra una moschea è l’Istituto di igiene sociale dove i giovani musulmani si fanno circoncidere, dove crediamo di riconoscere un immobile da banlieue c’è invece il Théâtre Sorano, dove ci pare di vedere un hippy c’è un membro della setta dei muridi, seguace del santone Amadou Bamba. Ma oltre alla strategia del rovesciamento/disvelamento, c’è anche quella dell’accostamento voluto di paesaggi fisici e umani contrastanti (le facciate di palazzi razionalisti della città nuova, le baracche di lamiera di Colobane, le botteghe artigiane della medina; fedeli musulmani che pregano in strada e fedeli cristiani che aspettano di entrare a messa col vestito buono). Il tutto, ripreso da una cinepresa a spalla, che copre la città spostandosi dal carretto, al bus, al tram, e accompagnato da un sonoro interamente postsincronizzato, in cui il regista, che traduce in francese le frasi dette in wolof dagli intervistati, comincia a sperimentare con gusto avanguardista la dialettica suono-immagine e accostamenti e trattamenti musicali antinaturalistici.

Badou boy, rifatto sempre in 16 mm ma a colori, nel 1970, viene invece descritto da alcuni come il «primo film comico africano». Come Contras’ city, il film si apre con una sequenza di titoli marcata da un’autoriflessività spiccatamente ludica e anticelebrativa: fra i vari che si agitano attorno al regista dietro la mdp, fa spicco un giovane con una reflex in mano, il fratello Wasis Diop, allora fotografo di scena e futuro compositore afrojazz e di colonne sonore, per Djibril (Hyènes, 1992; La petite vendeuse de soleil, 1999), ma anche per altri autori di punta, come Mansour Sora Wade (Ndeysaan, 2001) e Mahamat Saleh-Haroun (Daratt, 2006). L’anno scorso, su Nat Geo Music e altre emittenti, è circolato un video musicale di culto per cinefili black e non, Automobile mobile, realizzato da Wasis in omaggio a Djibril, a dieci anni della scomparsa, costruito proprio come un pastiche di immagini di Badou boy. La visione della clip, che esalta la precarietà stilistica da home movie già esibita dal film, basta di per sé a dare un’idea dell’atmosfera di questa slapstick comedy da township. Le baracche sono quelle di Colobane, dove Djibril ha trascorso buona parte della sia vita e mostrate già da Sembene in La noire de… L’antieroe protagonista è un ragazzino (Lamine Ba) che vive di espedienti, inseguito dalla padrona di casa e soprattutto da un grasso e grosso poliziotto, Al (Al Demba Ciss), tenuto a sua volta sotto scacco da un commissario forbito e ironico (non lo vediamo mai, ma la voce inconfondibile è sempre quella di Djibril). Protetto da una piccola banda di diseredati come lui, Badou boy vive senza troppi scrupoli la propria solitudine radicale e approfitta anche dei suoi sodali per portare a casa qualche soldo, per esempio soffiando a Moussa il posto da tuttofare accanto ad un autista di autobus privati, anche se poi regala i proventi magri della giornata a un suonatore di kora cieco, che vive d’elemosina. Intorno a lui si muove tutta una pleiade di figurine schizzate con il sottile piacere del flâneur e la grana grossa del caricaturista, dal bimbo che cammina portandosi dietro una nuvoletta di palloncini, all’arabo con fez e radio portatile, fino a un damerino in completo inglese, interpretato dallo stesso Djibril.

Contras’ city e ancor più Badou boy, completamente (ri)costruiti in moviola, seguendo una struttura narrativa articolata per frasi musicali – spesso volutamente dissonanti l’una dall’altra – piuttosto che per scene dialogate e/o agite, anticipano l’epifania di Touki bouki, rivelazione di un genio poetico irriducibile tanto al logocentrismo (per dirla altrimenti, a una dipendenza ancillare dell’immagine dalla parola), quanto a un neoesotismo travestito da orgoglio delle tradizioni e costumi, che hanno caratterizzato le correnti dominanti nel cinema dell’Africa sub sahariana fra gli anni Settanta e Novanta. Vi ritroviamo il piacere della dissacrazione insieme all’assimilazione al punto di vista dei bambini e dei marginali, il gusto avanguardista del superamento fra cultura alta e cultura bassa e il dialogo transculturale (Hyènes è tratto da Durrenmatt) al posto di un orgoglioso afrocentrismo anticoloniale. Da questa disponibilità al confronto deriva anche l’anima italiana di Djibril, che si riflette nel cast tecnico dei film (il sonoro di Badou boy, il montaggio di Touki bouki e Hyènes sono firmati da italiani), ma anche nel divertimento di giocare con le forme dello spaghetti western – secondo Silvestri e altri, ha lavorato come figurante in diversi film del filone nei primi Settanta –, dopo aver regalato la sua ironia e giovanile prestanza fisica al più vivace episodio del pur mediocre Il decamerone nero (Piero Vivarelli, 1972). L’energia che sprigiona da Badou boy deriva da un piacere del cinema che non conosce confini, e in questo senso lo apparenta ai coetanei registi della New Hollywood, che passavano dalle aule dell’UCLA e della New York University ai set di Corman con grande naturalezza.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits

Contras’ city
Regia, sceneggiatura e produzione: Djibril Diop [Mambety]; fotografia (colore, 16 mm): Georges Bracher; montaggio: Jean Bernard Bonis, Marino Rio; musiche: Djimbo Kouyaté; origine: Senegal, 1969; durata: 22’.

Badou boy
Regia, sceneggiatura e produzione: Djibril Diop Mambety; fotografia (colore, 16 mm): Baidy Sow; montaggio: André Blachard; musiche: Lalò Dramé; interpreti: Lamine Ba, Al Demba Ciss, Christophe Colomb, Aziz Diop Mambety, Moustapha Touré, Djbril Diop Mambety; origine: Senegal, 1970; durata: 56’.

distribuzione homevideo: Rarovideo; data di uscita: 20 maggio 2009; scheda del video: rarovideo.com
DVD nella confezione: 1; supporto: DVD9 – singolo lato doppio strato; regione: 2; formato video: 4/3 (1.33:1); formato audio: stereo (Badou boy), mono (Contras’ city); tracce audio: wolof e francese (originale); lingue sottotitoli: Italiano, Inglese; contenuti extra: Ouaga capitale del cinema (documentario di Mohamed Challouf, 1999, 52), Il mio amico Djibril (conversazione con M. C.).


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