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50 ans de cinéma maghrébin

di Denise Brahimi

Tanti film, poco cinema

Seguendo di qualche anno la monografia storico-critica di Roy Armes, Les cinémas du Maghreb. Images postcoloniales, il saggio 50 ans du cinéma maghrébin di Denise Brahimi arricchisce la scarna bibliografia francofona esistente, contemperando la necessità di offrire una visione d’insieme delle tre cinematografie in questione (Algeria, Marocco, Tunisia) a quella, complementare, di approfondire l’analisi sulla base di alcuni snodi tematici chiave. Tuttavia, il taglio divulgativo dell’opera e l’opzione di ridurre al minimo i riferimenti alla storia, cinematografica e non, dei tre paesi, a nostro avviso indeboliscono il valore complessivo del saggio, con il risultato che il volume assomiglia più ad un’antologia di recensioni che ad un testo organico vero e proprio. L’autrice Denise Brahimi, di formazione universitaria, ha alle spalle diversi articoli sull’argomento, oltre al volumetto Cinémas d’Afrique francophone et du Maghreb (Paris, Nathan, 1997).

Prendendo in esame l’indice, il saggio si presenta articolato in tre grandi macrocapitoli, nei quali le tre cinematografie vengono analizzate, rispettivamente, per paese, temi e generi, con un’introduzione e una conclusione piuttosto sintetiche. Come precisa già in apertura, l’autrice considera la nozione di cinema maghrebino come una convenzione, un «luogo costruito» risultante dalla sintesi di diversi sguardi – addetti ai lavori, cinefili, pubblico – che vengono da uomini e donne di «Algeri, Montreal, Londra, Bruxelles o Parigi», anche perché «molti film maghrebini che si vedono in Francia […] non sono visibili in Maghreb» e «in Francia non si vede un gran numero di film prodotti nei paesi del Maghreb». Il problema della visibilità di questi film è senz’altro annoso, ma l’autrice trascura di ancorare le sue considerazioni a dati statistici e quantitativi certi e riscontrabili, anche perché in tutto il volume, per ragioni forse dettate dall’editore, salvo rare eccezioni, omette di citare puntualmente le proprie fonti documentali, se non, di rado e sommariamente, all’interno del testo, che non presenta note.

Sempre nell’introduzione, l’autrice spiega di aver voluto circoscrivere le sue considerazioni a una cinquantina di titoli. Il più vecchio è il classico Le vent des Aurès (1967), primo dramma postcoloniale diretto in Algeria dal futuro regista Palma d’Oro Mohamed Lakhdar-Hamina, con una memorabile interpretazione di Keltoum, madre-coraggio di un giovanissimo Mohamed Chouikh (La citadelle, 1988; L’arche du désert, 1997; Douar de femmes, 2005). I più recenti sono datati 2007. Senza entrare nel merito della scelta dei singoli film, vale la pena osservare che il corpus tiene in considerazione larga parte dei film di riferimento delle tre cinematografie, ma appare fortemente sbilanciato in favore degli ultimi due decenni, mentre i primi tre sono rappresentati da pochi titoli: appena 19 contro i 41 del periodo 1990-2007. Fuori dal corpus ma anche dall’orizzonte più generale dello sguardo rimane, sorprendentemente, la produzione dei registi maghrebini (di nascita od origine), operanti in Francia, Belgio, Italia e altri paesi europei, malgrado si tratti di una realtà quantitativamente significativa, che coinvolge peraltro diversi autori emergenti di punta, come Abdellatif Kechiche, Raja Amari e Nabyl Ayouch.

Nell’analisi delle tendenze emerse all’interno delle singole cinematografie, l’autrice concentra l’attenzione su alcuni snodi tematici che hanno oggettivamente condizionato la produzione in Algeria (la guerra di liberazione, il terrorismo islamico), Marocco (l’esclusione sociale), Tunisia (il disincanto, l’attenzione ai particolarismi locali). Fra i temi trasversali, il suo sguardo punta a macroquestioni come l’istanza descrittiva, fra spazio (il tema della chiusura, l’immaginario legato al deserto) tempo (la storia nazionale) e società (il ruolo della donna, il rapporto con il potere). Nella parte dedicata ai generi, i contenitori passati in rassegna sono la tragedia, la commedia, il racconto (film ispirati alla tradizione orale come Machaho, 1995, di Belkacem Hadjadj e Bab’Aziz, 2005, di Nacer Khemir), il film di derivazione letteraria, il documentario e il road movie.

Il registro dell’autrice è orientato soprattutto ad un’analisi tematica, non sempre suffragata da un convincente rinvio al contesto produttivo, anche perché sporadici appaiono i riferimenti ai modi di produzione e alla fortuna (critica, pubblico, festival) dei film. Rare le incursioni sul terreno della forma filmica, se si esclude il discorso sui generi, che però appare scarsamente contemperato da una valutazione ragionata dei macromodelli culturali e filmici che più hanno condizionato – in negativo o in positivo – i cineasti maghrebini, dal neorealismo alla nouvelle vague, dai generi agli autori del cinema egiziano, dalla temperie terzomondista dei ’60-’70 (con conseguente dominio del realismo sociale, almeno in Algeria e Tunisia) all’autobiografismo politico degli ’80, dalla claustrofilia dei ’90 alla riscoperta degli spazi d’inizio millennio.

In ultima analisi, il valore del testo è racchiuso soprattutto nelle singole analisi dei film, alcuni dei quali (come i tunisini Le silence du palais e La trace) curiosamente riletti in due tempi, sulla base di altrettante parole chiave. I riferimenti, che spaziano sopratutto da un classico all’altro della letteratura e del teatro europei (Beckett, Labiche, Maupassant, Le Clézio, Nerval, Woolf), testimoniano dell’intento di rivolgersi a un lettore francofono perlopiù non cinefilo. Nonostante le lacune evidenziate, il saggio permette di orientarsi all’interno di tre cinematografie che, emergendo all’attenzione della critica internazionale in tempi diversi – quella algerina nei ’70, quella tunisina negli ’80, quella marocchina dalla seconda metà dei ’90 – e scontando una diversità di approccio da parte della classe politica – in Algeria si è passati da un cinema di stato a un regime di deregulation suicida, in Marocco da un disimpegno totale a un organico ed efficace politica di sostegno al settore, in Tunisia si è varato un sistema di finanziamento pubblico con scarse ricadute – continuano a dimostrare una certa vitalità. Dietro il successo del franco-tunisino Kechiche, ci sono almeno due generazioni di autori e autrici talentuosi e combattivi, che non sempre, tuttavia, hanno trovato nei festival che contano selezionatori attenti a valorizzarne le potenzialità.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsDenise Brahimi
50 ans de cinéma maghrébin
Paris, Minerve, 2009, 221 pp.

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