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Venezia 66: Hugo en Afrique

di Stefano Knuchel

Je ne pars jamais, je reviens toujours

Presentato all’ultima Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, Hugo en Afrique (2009) è un documentario singolare, emozionante e a tratti visionario, prodotto e diretto dallo svizzero italiano Stefano Knuchel. In 91 minuti, il film, realizzato in collaborazione con la società Cong, ricostruisce uno degli aspetti più interessanti della vita di Hugo Pratt (Rimini, 1927-Losanna, 1995), creatore di graphic novel immortali e inguaribile viaggiatore dell’immaginario, vale a dire il suo rapporto, esclusivo, con l’Africa. Affrontando questo che è solo uno dei «tredici modi diversi di raccontare la vita» di Pratt, il narratore ci rivela infatti che, sul punto di morire, Pratt stringeva tra le mani una croce etiope. Più avanti scopriremo che gli era stata portata dall’amico e sodale Jean-Claude Gilbert, compagno di mille viaggi e amante come lui dell’Africa, ma la sua storia con il continente nero era cominciata molto prima.

Nel 1936, il padre Rolando, per voglia di avventura, per denaro, e soprattutto perché in questo modo, facendosi imperialista, sarebbe diventato borghese, aumentando il proprio status sociale, si trasferisce con tutta la famiglia in Etiopia, come militare di carriera. Il piccolo Hugo si immagina di trovare l’Africa esotica propagandata dal cinema internazionale, di Bozambo e delle miniere di re Salomone, e invece si trova davanti a un paese copto, civilizzato, ma non per questo meno misterioso. Frequenta più inglesi francesi etiopi che italiani, ma soprattutto si lega di amicizia per il domestico Brahane, di qualche anno più grande, che lo porta alla scoperta della gente comune. Quando scoppia la guerra, la situazione precipita e il padre lo arruola, appena tredicenne, nel giugno 1940, facendone «il soldato più giovane di Mussolini». Per Hugo è una specie di gioco, ma quando si trova faccia a faccia con la morte, ed è testimone degli eccidi compiuti dall’esercito nei villaggi, scopre la realtà della guerra. Nel marzo 1941 l’esercito coloniale è sconfitto dagli inglesi e Hugo segue la sorte dei prigionieri italiani, raccolti nel campo di Dire Dawa. Sono gli anni della scoperta del sesso, favorita dalla promiscuità del campo e dalla libertà di movimento di cui gode, che lo porta a lavorare come tuttofare in un bordello e a scoprire la vocazione per il disegno. Ma nel dicembre 1942, questa straordinaria parentesi si interrompe, quando viene reimpatriato via mare con gli altri italiani.

Il ricordo del padre – morto nel 1942 di cancro, sulla strada di Harar (come Rimbaud poco meno di cinquant’anni prima), da prigioniero nelle mani degli inglesi – porta Hugo a tornare in Africa, alla ricerca della sua tomba. Ma molte sono state le occasioni e i pretesti in cui il disegnatore è voluto fare ritorno in Etiopia, per esempio all’inizio del 1980, quando, passando due mesi nell’entroterra, fra commercianti di kat e sacerdoti copti, è stato iniziato ai misteri del misticismo locale, visitando santuari remoti e inseguendo fortezze misteriose, come il leggendario castello dell’imperatore Teodoros, eroe della battaglia anticoloniale di Magdala. Le sue esperienze in Africa hanno già dal 1969 trovato modo di riemergere, magicamente reinvestite in un ciclo meno noto ma forse ancora più personale ed autobiografico di Corto Maltese, quello de Gli scorpioni del deserto (1969-93). Passando dai toni avventurosi del primo capitolo a quelli via via più contemplativi e crepuscolari di Brise de mer, Pratt ha tracciato una controstoria disincantata e amara del colonialismo italiano in Etiopia, rivelando molte delle sue rabbie e disillusioni attraverso le fattezze del tenente Koinsky.

Seguendo le orme del suo amico Gilbert, con un passato da legionario nell’Algeria francese e coautore di un documentario su Pratt (La ballade plus loin, 1982), anche lui amante della Legione Straniera e delle fortezze isolate nel deserto di Djbouti, ripercorriamo con lui anche questo aspetto paradossale del Pratt africano, «coloniale ma non colonialista» come si era definito, «più africano di noi» come lo definisce nel film il presidente di Djbouti Ismael Omar Guellal, che lo aveva conosciuto negli anni dei suoi viaggi alla ricerca degli avamposti più remoti dell’area. Giocando con la chiave etiopica come surrogato del Rosebud wellesiano, Knuchel ci conduce in questo labirintico viaggio alla scoperta di un Pratt ambiguamente, ma profondamente affascinato, come diversi altri artisti e intellettuali del primo Novecento, dall’Africa profonda, quella dei santoni ma anche quella dei legionari. Lo fa servendosi di una struttura narrativa sinuosa ed efficace, e di una colonna sonora riscaldata dal jazz senza tempo di Mulatu Astatke (e non solo).

Leonardo De Franceschi | 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsHugo en Afrique
Regia e sceneggiatura: Stefano Knuchel; fotografia: Ariel Salati; suono: Riccardo Studer; montaggio: Emanuela Andreoli; musica: Brani tratti dalla collezione “Les Ethiopiques” di Buda musique, Colonna originale di Zeno Gabaglio; con:Sua Santità Kess Wodaje Assefa, Achenef Engdaw, Hugo Pratt, Giuseppe Camuncoli, Matteo Casali, Jean Claude Guilbert, Pietro Gerosa, Patrizia Zanotti, Marco D’Anna, Sultano Abdo Houmed, 13ème demi-brigade de la Légion Etrangère de Djibouti, Presidente Ismael Omar Guelleh; origine: Svizzera, 2009; formato: 35 mm, colore; durata: 91’; produzione: Stefano Knuchel per Venus and Beyond, in coproduzione con Cong S.A. / Alfredo Knuchel Filmproduktion / RSI Radiotelevisione svizzera; sito ufficiale: hugoinafrica.com

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