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A Thousand Year Song of Baobab

di Seiichi Motohashi

I baobab, guardiani della memoria ancestrale

Presentato nella sezione Occhio sul Mondo del Festival Internazionale del Film di Roma, nell’onirica cornice di Villa Medici, il documentario A Thousand Year Song of Baobab del regista giapponese Seiichi Motohashi accompagna lo spettatore in un viaggio nel tempo intenso ed emozionante.

Nel piccolo villaggio di Touba Toul, a 30 chilometri a est di Dakar, gli immensi alberi di baobab sono i guardiani di un universo arcaico. In questa regione del Senegal la vita umana è ancora scandita dal ritmo dei monsoni e dei raccolti. Alcune magliette colorate sono l’unica traccia manifesta del passaggio della rivoluzione industriale. Gli aratri sono trainati dal bestiame. Il miglio coltivato dalla comunità è pestato con grossi mortai e setacciato con infinita pazienza. È un’economia di sussistenza.

Per questa popolazione, il baobab è più prezioso dell’oro. Dalle sue radici ricavano medicinali. Con le fibre della corteccia intrecciano corde resistenti. Con i frutti preparano bevande saporite. Dalla macerazione delle foglie ottengono il lalo: una polvere verde altamente nutritiva. Con le foglie fresche nutrono il bestiame. I rami secchi sono legna da ardere. Secondo la cultura popolare, gli alberi ospitano gli spiriti degli antenati. Non sorprende quindi che i baobab siano trattati come vere e proprie divinità. Dei totem viventi. Sorprende piuttosto la serenità con cui bambini e adulti condividono una vita tra le più modeste al mondo.

In questo angolo di mondo sembra ridefinirsi il concetto che un occidentale ha della miseria. Nessuno muore di fame a Touba Toul. Tutti, anche i bambini, lavorano per il benessere della comunità. Modou Diouf, un bambino di 12 anni, è il più giovane figlio della seconda moglie di Mbaye Diouf. Modou vuole ricevere un’istruzione, ma non può seguire regolarmente la scuola. Dal momento che deve aiutare la sua famiglia nella coltivazione e deve prendersi cura dei fratellini, il padre è riluttante a concedergli l’autorizzazione. Attraverso la vita quotidiana di Modou e della sua famiglia, il film ci mostra la "ricchezza" della loro vita, spingendoci a mettere in discussione il significato di ciò che chiamiamo "sviluppo".

Frutto di un anno e mezzo di riprese, questo documentario avvolge i sensi in un’esperienza unica. Ci si affaccia su un passato ancestrale, precristiano, in cui lo sciamanesimo e la magia appaiono gli evidenti antenati delle nostre medicine e della nostra scienza. Dove musiche popolari scatenano energie insospettate. Dove l’intensità dei contrasti cromatici finisce col creare una esperienza al limite dell’ipnotico.

«Fu 35 anni fa che vidi un baobab per la prima volta in un parco nazionale del Kenia», racconta il regista presente in sala. «Rimasi impressionato nel vedere degli elefanti che scavavano la corteccia in cerca dell’acqua immagazzinata dal tronco. Cominciai a chiedermi a partire da che momento l’uomo si fosse allontanato dalla vita in armonia con i cicli naturali. Negli ultimi 300 anni la popolazione sulla terra è decuplicata, grazie soprattutto allo sviluppo tecnologico e scientifico. Volevo chiedere al baobab come fosse la vita umana 500 o 1000 anni fa. Il popolo di Touba Toul, in Senegal, che vive insieme al baobab, potrebbe essere in grado di svelarne la memoria».

Riccardo Centola | 4. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsA Thousand Year Song of Baobab (Baobabu no Kioku)
Regia: Seiichi Motohashi; fotografia: Masafumi Ichinose; montaggio: Masaru Muramoto; musica: Bajune Tobeta; origine: Giappone, 2008; formato: 35 mm; durata: 102’; produzione: Kimiko Ishi per Polepole Times; distribuzione internazionale: Sosna Film

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