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Sembène Ousmane

a cura di Thierno I. Dia

L’eredità di un maestro ribelle

L’uscita per le edizioni Il Castoro di un volume dedicato all’anziano degli anziani del cinema africano, il grande regista senegalese Sembène Ousmane (1923-2007), rappresenta un evento di massimo rilievo per quanti amano il cinema dei tre mondi e ne sanno apprezzare i maestri. La pubblicazione, promossa dalla rivista francese «Africultures» con il contributo del Centro Orientamento Educativo, che dal 1991 organizza il Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina, è stata presentata in occasione della 19. edizione del festival, dopo la quasi contemporanea uscita in Francia del n. 76 di «Africultures», da cui mutua buona parte dei contributi.

La parabola umana e artistica di Sembène Ousmane ha dei tratti in parte comuni a quelli di altri autori del primo cinema africano, ma presenta esperienze assolutamente uniche. Nato in Casamance nel Senegal francese, cacciato presto dalla scuola per indisciplina, avviato a mille mestieri per poi arruolarsi nel corpo dei tiratori scelti e sbarcare clandestinamente nel 1946 a Marsiglia, dove si unisce al sindacato, recupera il piacere degli studi e comincia addirittura a scrivere, Sembène vede il proprio nome acquisire una piccola notorietà proprio per i primi romanzi e racconti, pubblicati fra il 1956 (Le docker noir) e il 1962 (Voltaique), ma non si accontenta di essere letto dall’elite colta che segue gli scrittori della négritude, vuole arrivare al popolo analfabeta della medina di Dakar e dei villaggi. Per questo, alla soglia dei quarant’anni, si rimette in gioco e va a fare uno stage di regia in Unione Sovietica agli studi Gorki.

Dopo un documentario girato in Mali, con Borom sarret (1963), uno short che racconta una giornata no di un povero vetturino di Dakar, cui viene sequestrato il carretto perché ha osato penetrare nei quartieri eleganti della capitale, Sembène dimostra già di voler utilizzare la cinepresa per mostrare l’Africa dal punto di vista dell’uomo del popolo, consapevole che il cinema può essere uno strumento prezioso per favorire un processo di crescita civile e culturale di un paese che sta sperimentando le forme della democrazia e dell’autogoverno e già rischia di impantanarsi sotto il peso di decenni di dipendenza economica. La noire de… (1966), considerato il primo lungometraggio prodotto in un paese dell’Africa subsahariana, tratto da un suo racconto a sua volta ispirato a un fatto di cronaca, sposta l’occhio di Sembene su un personaggio femminile, una giovane domestica che segue i padroni nella loro casa di Antibes e si trova tagliata fuori dal mondo e costretta in uno stato di semischiavitù, fino alla decisione di togliersi di vita. Segnalato con il premio Jean Vigo e vincitore del Tanit d’Or alle prime Journées Cinématographique de Carthage, il film mette in campo un Sembene capace di interrogare introspettivamente la soggettività di un personaggio moderno, ma anche di alludere al suo status di esemplarità, all’interno di una dinamica postcoloniale nord-sud che continua a schiacciare i deboli stati africani.

È un discorso che Sembène continuerà ad articolare nei suoi grandi film storici sui rapporti con la ex-madrepatria, ambientati nel periodo della seconda guerra mondiale (Emitai, 1971; Camp de Thiaroye, 1988), mostrando come l’eredità nefasta di quel periodo abbia lasciato semi di alienazione e dipendenza neocoloniale anche nel Senegal contemporaneo (Xala, 1974; Guelwaar, 1992). Il tutto, senza rinunciare a scrivere romanzi e raccolte di racconti, e soprattutto senza smettere di guardare alle ragioni tutte umane e personali di donne (ed uomini) che vivono storie di eroismo al quotidiano, per conquistarsi un’indipendenza economica (Faat kiné, 1999) o per rompere in prima persona con riti ancestrali che mutilano il corpo e la dignità femminili, come l’escissione (Moolaadé, 2004). Al di là dei film e dei romanzi, in virtù del proprio carisma da ribelle, sempre in prima linea e pronto a prendere posizioni coraggiose, contro il modello di sviluppo neocoloniale ma anche contro le relazioni pericolose fra potere politico e confessionalismo religioso indotto (dai missionari e dagli imam – si veda lo straordinario Ceddo, girato nel 1976), Sembene si è ritagliato da subito un ruolo di testimone di un vissuto e di un immaginario collettivi, ritrovandosi pienamente nel clima engagé del terzomondismo militante degli anni Sessanta e Settanta, e sposando con convinzione l’approccio dei fautori di un terzo cinema come Solanas, Rocha, Tewfiq Salah, in grado di farsi latore di un’istanza collettiva, nel recupero di una memoria e di un’identità culturale e politica minacciate dall’imperialismo neocoloniale.

Il volume curato dal giornalista e collaboratore di «Africultures», il senegalese Thierno I. Dia, ha il primo merito indiscutibile di offrire a molti la possibilità di conoscere uno dei massimi artisti e uomini di cultura nati in Africa nel Novecento. Attraverso il coinvolgimento di studiosi di area europea e americana, ma anche scrittori e intellettuali senegalesi, il libro ci presenta un Sembene a tutto tondo, dalla sua ricca esperienza umana al valore indiscusso dei propri testi letterari, interrogandone la funzione di artista postcoloniale, le premesse teoriche del proprio operare fra cinema e letteratura, la centralità simbolica della lingua, il punto di vista sul mondo raccontato, con alcuni focus su opere come Xala e Faat kiné, e brani di interviste e interventi, suoi e di testimoni-chiave come il fondatore delle JCC Tahar Cheriaa e l’assistente Clarence Delgado. Chiudono il volume una filmografia con schede tecniche ed estratti di critiche e una biografia. Inspiegabile invece l’assenza di una bibliografia.

Sembène Ousmane ci apre una finestra importante su un autore di riferimento del cinema del sud, insignito di numerosi premi e chiamato a Cannes a pronunciare una memorabile lezione di cinema nel 2004. Stupisce tuttavia che l’edizione italiana riproduca solo una parte dei testi e contributi presenti in quella francese. Pur nell’apertura di orizzonti e nel ventaglio di approcci e punti di vista adottati, inoltre, bisogna pur osservare che il volume non obbedisce a una struttura discorsiva coerente e sistematica, che pure sarebbe stata appropriata ad un primo volume in lingua italiana dedicato all’opera cinematografica di un gigante come Sembène.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Sembène Ousmane
a cura di Thierno I. Dia, con la collaborazione di Alice Arecco, Annamaria Gallone, Alessandra Speciale
Milano, Il Castoro, 2009, 221 pp.

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