
La mia Africa
di Sydney Pollack
L'Africa immaginata di Blixen e Pollack

Tra i film della retrospettiva dedicata a Meryl Streep - che ha ricevuto il Marc’Aurelio d’Oro alla carriera durante l’ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma - non poteva mancare il famosissimo e pluripremiato Out of Africa (La mia Africa, 1985) diretto da Sydney Pollack che per questo film ha vinto l’Oscar per la miglior regia.
La mia Africa è tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Karen Blixen, scrittrice e pittrice danese che raccontò nel suo romanzo autobiografico l’esperienza di vita in Kenya, l’inizio e la fine della sua piantagione di caffè e il suo amore per l’Africa, i suoi paesaggi e i Kikuio.
Nel 1914 Karen Dinsen parte per il Kenya dove sposerà il barone Bror Blixen, fratello del suo ex amante: i due si sposano pensando ai reciproci vantaggi, acquistano una fattoria e avviano una piantagione di caffè che ben presto Karen si ritrova a mandar avanti da sola con l’aiuto dei Kikuio, mentre Bror è preso dalla caccia, dalla guerra e dalle donne. Karen contrae la sifilide, che deve curare in Danimarca, ma appena guarita fa ritorno nella sua amata Africa dove ben presto caccia Bror e si trova da sola.
Karen si dedica anima e corpo alla sua fattoria, cercando nello stesso tempo, pur osteggiata dalla comunità bianca del posto, di insegnare ai Kikuio a leggere e scrivere. A sostenerla in questa sua fatica quotidiana è l’amore, ricambiato, per Denys Finch Hatton, un uomo conosciuto molto tempo prima, un cacciatore innamorato dell’Africa e della natura. Denys e Karen vivono un’intensa storia d’amore, ma Denys non intende sposarsi, perché vede nel matrimonio un inutile vincolo alla sua libertà. Karen lo lascia, ma si incontrano di nuovo quando, in seguito ad un incendio che distrugge la piantagione, Karen sta cercando i soldi per tornare in Danimarca.
Almeno tutti una volta hanno visto La mia Africa, i più giovani purtroppo solo sul piccolo schermo ed è un peccato per un film che formalmente è pensato per l’esaltazione degli spazi aperti, della natura e dei tramonti nella savana. Ma giocare sull’immaginario esotico è un modo efficace per restituire l’atmosfera di un’epoca: la passione tra Karen e Denys si consuma sullo sfondo di cartoline che non sono ritratti sognanti di luoghi affascinanti, ma l’affresco di un’epoca raccontato secondo i canoni estetici dei kolossal hollywoodiani. L’ora del tè, i club e le feste degli inglesi che hanno colonizzato il Kenya e che lo vivono come terra promessa e magnifica, come esplosione di una natura selvaggia e affascinante, solo in parte consapevoli dell’imminente declino che cancellerà la loro Africa minacciato dalle grandi cacce, dai primi safari introdotti proprio dai colonizzatori.
Sullo sfondo di tutto questo si svolge la tormentata vita della Blixen che impara a conoscere i Kikuio e che vuole che i “suoi” Kikuio imparino a leggere e scrivere: Karen a tal fine organizza perfino una piccola scuola e se il suo intento è a buon fine, il comportamento e l’atteggiamento nascondono l’altro lato della medaglia, quello tipico della colonialista “illuminata” che vuole aiutare il buon selvaggio a far parte del suo mondo, dimenticando che proviene da un mondo con culture e tradizioni proprie e centenarie.
La Blixen che dopo il fallimento della fattoria, tornata in Danimarca, non tornerà mai più nella sua Africa, con il suo romanzo ha rappresentato perfettamente un momento storico, un’epoca che allora poteva comprendere pienamente solo chi provava quell’esperienza, solo chi poteva vedere e sentire personalmente l’Africa. Pollack restituisce tutto questo attraverso il ritratto di quell’epoca e lo fa con scene epiche che tutti ricordano, entrate anch’esse nell’immaginario collettivo quarant’anni anni dopo l’uscita del libro.
Alice Casalini | 4. Festival Internazionale del Film di Roma


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