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Sotto il Celio Azzurro

di Edoardo Winspeare

Huston, abbiamo un problema

Da molti anni sentiamo parlare di integrazione, di intercultura, e con i nostri stessi occhi ci troviamo frequentemente a constatare la fondamentale importanza, sia per le istituzioni sia per ogni cittadino singolo, di comprendere la necessaria direzione che questo cammino evolutivo ha intrapreso. Un cammino irreversibile, che ci porterà alla coesistenza tra italiani doc e stranieri “altrettanto doc”, provenienti da ogni parte del mondo. Proprio per questo è assolutamente necessario conoscere e salvaguardare tutte le realtà che remano in questa direzione virtuosa.

Sotto il Celio Azzurro è il racconto di un anno trascorso da Edoardo Winspeare e dalla sua troupe di tecnici a contatto con i maestri, i bambini e i genitori di “Celio Azzurro”, una scuola materna interculturale situata nel centro di Roma, fondata nel 1990 da un gruppo di maestri capitanati da Massimo Guidotti, il quale gestisce il centro ancora oggi.
Nel film si raccontano i mille giochi inventati dagli educatori per relazionarsi con i bambini, giochi semplici ma molto articolati, che mettono in luce la creatività di questi educatori, la potenza didattica delle loro trovate. Con la stessa cura, il film racconta l’attenzione dedicata al rapporto con i genitori, che a più riprese vengono invitati a scuola per parlare di loro stessi e delle loro storie e sono coinvolti nelle mille occasioni di aggregazione che la scuola propone loro, come il picnic tutti insieme in cui ognuno porta una pietanza tipica del suo luogo di origine, che è una delle scene più belle del film.

I racconti delle vicissitudini della scuola sono scanditi dal ritmo delle quattro stagioni e sono intervallati da alcuni intermezzi, accompagnati dall’ottima colonna sonora di Gabriele Rampino, costituiti da serie di fotografie risalenti a epoche differenti, come dei brevissimi foto-racconti che ritraggono ciascun educatore nei vari momenti della sua vita a ritroso verso la primissima infanzia. Il volto ringiovanisce, le foto sbiadiscono, alcune iniziano a essere in bianco e nero, fino all’ultima foto, a pochi giorni dalla nascita. Come a ricollegare l’attitudine che questi piccoli “gladiatori della pedagogia” hanno scelto per la loro vita con il momento in cui hanno vissuto tutto questo in prima persona, un passato irrecuperabile nel ricordo, ma nel cuore sempre vivo.
Questo articolato nucleo, che costituisce gran parte del film, ha un ottimo ritmo, complici soprattutto la straordinaria energia apportata dai bambini, con le loro urla, il loro entusiasmo, e la presenza scenica, spesso forte, degli educatori.

C’è un numero piuttosto elevato di educatori che lavorano a turno nel centro, una decina, all’incirca; ognuno di loro ha un diverso temperamento: Massimo, il direttore, e Daniele, ad esempio, hanno un’energia quasi uguale a quella dei bambini, esibiscono con forza la loro gioia di lavorare e riescono a restituire una notevole spontaneità davanti all’occhio della macchina da presa. Altri, come ad esempio alcune delle donne, sembrano più giovani e invece stabiliscono con i bambini un rapporto meno basato sull’entusiasmo e più sulla confidenza, sull’intimità. Una diversità che vivacizza l’andamento ritmico del film, che è uno dei suoi pregi maggiori.

Questo aspetto del documentario istiga a un divertente confronto con un film che, probabilmente, ha costituito una fonte di ispirazione, pur marginale: parliamo di Essere e avere (Être et avoir), un film del 2002 firmato da Nicholas Philibert, uno dei documentaristi più noti del cinema francese, nel quale l’autore segue, nel corso di un intero anno scolastico, una classe mista di un piccolo paesino del Massiccio Centrale, guidata dal maestro unico, Monsieur Georges Lopez. Come in Sotto il Celio Azzurro, nel film di Philibert non ci sono solo i bambini e il maestro, ma anche le famiglie di alcuni dei bambini. La differenza più evidente è il temperamento di tutti i protagonisti: se nel film di Philibert abbiamo dei toni profondamente dimessi, nel film di Winspeare c’è un entusiasmo collettivo. Gli educatori sono spesso esaltati sul lavoro, si donano anima e corpo ai bambini, i quali, per tutta risposta, ripagano con dei siparietti comici divertentissimi, dai quali escono tutti intrisi di una grandissima simpatia. Poi, in Essere e avere emergono le problematiche dei bambini, sia a scuola sia in seno alla famiglia, ma Philibert ha il dono di saper raffreddare il tono retorico senza alterare minimamente il portato emotivo di tutte queste scene.

Nel film di Winspeare, le situazioni, spesso pesanti, delle storie delle famiglie, sono serenamente stemperate in un clima rilassato di rispetto reciproco e di confidenza, che per un attimo sembra far dimenticare alle famiglie, miste o composte soltanto di immigrati, tutti i problemi della quotidianità, che in Essere e avere fanno la loro comparsa ma vengono altrettanto stemperati, attraverso l’uso di un tono molto austero, talora freddo, ma sempre vicino alle persone, ai problemi quotidiani. Inoltre, i contatti tra le famiglie e il maestro sono mantenuti sempre ad un livello individuale, senza mostrare altre, eventuali occasioni di incontro a carattere più ludico. Evidentemente, quando si dice che i francesi sono infastiditi dal gesticolare tipico dell’italiano, forse c’è un fondo di verità.

Oltre a questo nucleo centrale di Sotto il Celio Azzurro, il film consta di una serie di scene che non devono passare inosservate: a più riprese, alcuni educatori fanno riferimento ai vari problemi della scuola. Ci sono diverse scene, che fanno la loro comparsa soltanto da un certo punto in poi, nelle quali i protagonisti si mettono in scena dinanzi a un computer a compilare liste di danni che la struttura reca, oppure appaiono immersi in dialoghi in cui si lamentano, con talora espliciti riferimenti all’attuale situazione politica, della sempre minore attenzione che l’amministrazione pubblica dedica alla loro scuola, che invece, alla luce della contemplazione di ciò che essa costituisce, non possiamo non riconoscere come il fiore all’occhiello del mondo pedagogico romano. In una scena significativa, gli insegnanti non fanno alcun mistero che “mancano settantamila euro” per pagare le spese e gli stipendi. Alla fine del film c’è una lunga scena in cui ci viene mostrata la festa di fine anno in cui gli educatori si rimettono in scena nell’atto di proporre ai genitori di versare l’otto per mille dell’Irpef per salvare "Celio Azzurro".

In conclusione, oltre alla messa in scena degli indiscutibili pregi di cui con grande evidenza "Celio Azzurro" fa mostra, che vanno a convergere in una parte davvero molto bella del film, che a tratti riesce a sostenere il confronto con il capolavoro di affettività e austerità di Nicholas Philibert, in più punti emerge come a questo legittimo elogio della realtà di “Celio Azzurro” sia stato unito una sorta di cahier de doléances, nel quale tutte le persone che usufruiscono di questo straordinario servizio si sono prestate per mandare un messaggio molto chiaro: salvate “Celio Azzurro” dalla chiusura.
Un film che mette in luce tutto il talento narrativo e documentario di un autore esperto e blasonato come Edoardo Winspeare, e di riflesso ci fa conoscere e amare, probabilmente nello stesso modo in cui lui stesso dichiara di essersi pian piano avvicinato a “Celio Azzurro”, restandone stregato, questo microcosmo felice ma, soprattutto, come un miracolo che rischia di scomparire per mancanza di fondi.

Sotto il Celio Azzurro si spinge verso quello che Bill Nichols chiamerebbe expository mode, un modo del documentario che ha avuto la sua fortuna nel corso della prima metà del secolo ma sta lentamente scomparendo, lasciando posto a forme più moderne. Un documentario il cui scopo è di avvalorare una causa, dimostrare una tesi, schierandosi apertamente dalla parte di qualcuno di coloro che dal documentario vengono chiamati in causa. Nella fattispecie di questo film, Winspeare gli ha affidato il compito (oppure a lui è stato affidato il compito) di utilizzare il mezzo del documentario per mostrare la qualità di una realtà a rischio di sparizione e per fare un appello pubblico, che comprende anche la possibilità di dare il cinque per mille a “Celio Azzurro”, per far sì che questa realtà continui a vivere e a svolgere la sua importantissima missione sul territorio.

Simone Moraldi | 4. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsSotto il Celio Azzurro
Regia: Edoardo Winspeare; fotografia: Paolo Carnera; montaggio: Luca Benedetti, Sara Pazienti; suono: Gianluca Costamagna, François Waledisch, Alessio Costantino, Francesco Principini; musica: Gabriele Rampino; produzione: Graziella Bildesheim per Fabulafilm in coproduzione con 13 Production (Francia) e in collaborazione con Rai Cinema; origine: Italia, 2009; durata: 80’; ufficio stampa: Studio PUNTOeVIRGOLA www.studiopuntoevirgola.com

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