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Fratelli d'Italia

di Claudio Giovannesi

Qu’est-ce que c’est l’integration?

«Ho girato questo documentario perché l’Italia, al mio sguardo, è un paese che nel 2009 non riesce ancora ad avere un’identità multietnica, si nasconde dietro un’illusione di orgoglio nazionale e non vuole conoscere il valore positivo della multicultura». Queste le parole che Claudio Giovannesi - regista del recente La casa sulle nuvole (2009) - ha usato per introdurre e motivare la scelta che sta dietro alla decisione di realizzare Fratelli d’Italia (2009). Segno di una motivazione senza la quale non sarebbe stato possibile arrivare alla fine di un film che ha avuto una gestazione tanto lunga e complessa. Fratelli d’Italia nasce, di fatto, nel 2007, quando l’Associazione Il Labirinto, nell’ambito del progetto Educinema, decide di produrre Welcome Bucarest (Claudio Giovannesi, 2007).

Il progetto Educinema è nato nel 2004 per iniziativa di Giorgio Valente, presidente dell’Associazione Il Labirinto, e Alessandra Guarino, che poi ne sarà coordinatrice didattica, per promuovere la didattica dell’audiovisivo nella scuola. Una battaglia che, per chi non lo sapesse, ha in Italia una lunga storia, il cui apice è costituito, probabilmente, dal Piano Nazionale per la Promozione della Didattica del Linguaggio Cinematografico e Audiovisivo nella scuola di ogni ordine e grado, un progetto colossale, fortemente voluto dall’allora Presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, Lino Miccichè, che coinvolse centinaia di operatori del settore, registi, tecnici e laureati in discipline cinematografiche, centinaia di scuole e migliaia di insegnanti e di studenti. Una pietra miliare, il tentativo più forte per avviare un processo che ancora oggi lascia dietro di sé i suoi strascichi.
Segnaliamo, a tal proposito, che di tutto questo si parlerà giovedì 5 e venerdì 6 novembre al cinema Nuovo Olimpia a Roma nell’ambito del Convegno Internazionale L’école s’ouvre au cinéma, promosso da Il Labirinto in collaborazione con la Regione Lazio e durante il quale Fratelli d’Italia sarà ripresentato.

Il progetto Educinema ha luogo in una rete regionale di istituti medi superiori, attraverso un percorso di apprendimento teorico/pratico che conduce i ragazzi verso la realizzazione di un film nel quale mettere in pratica tutte le competenze sviluppate nell’ambito del percorso didattico. Welcome Bucarest è proprio il frutto di un laboratorio, realizzato all’interno dell’Istituto Commerciale Toscanelli di Ostia, in collaborazione con due insegnanti, la professoressa Nacca e il professor Vavuso, che tra l’altro appaiono nel film recitando nella parte di loro stessi, con risultati direi notevoli. Il protagonista è Alin, uno studente rumeno, che abita a Ostia con la sua famiglia, è fidanzato con una ragazza rumena e ha un difficile rapporto con i suoi compagni di classe, che lui ha già da tempo giudicato dei bambocci e con i quali non vuole avere nulla a che spartire, nemmeno le ore di lezione, che spesso sono un optional nella sua vita. Un frutto esteso, per così dire, voluto da Giorgio Valente e da Claudio Giovannesi, il regista, come un’evoluzione del saggio di fine anno.

Analogamente, il laboratorio didattico presso l’istituto Galilei dell’Esquilino a Roma ha dato vita a Sei del mondo (Camilla Ruggiero, 2007), un breve documentario costituito da interviste ai giovani studenti immigrati di seconda generazione presenti nell’istituto. Due film importanti, in quanto tra i rari mediometraggi prodotti interamente in ambito scolastico, proponendo la scuola come punto di concentrazione per dinamiche sociali fondamentali nella società odierna, e come luogo di sperimentazione didattica e audiovisiva.

Da lì nacque il progetto di Fratelli d’Italia. Welcome Bucarest ha circolato a lungo in vari festival, riscuotendo numerosi successi (Premio UCCA 20 Città; Premio AVANTI! Bellaria Filmfestival 2008; Menzione speciale Salina Doc Fest 2008; Histoires d’it. Le nouveau documentaire italien – selezione ufficiale; Arcipelago Festival di cortometraggi e nuove immagini 2008 - in concorso; Città del Sole Festival del cinema documentario – Rassegna; Milano Film Festival 2008 - Incontri Italiani; Festival européen des 4 écrans 2008 – in concorso); così si è pensato subito di trovare altro materiale per allungare la durata dell’esplorazione sociale e dare vita a un lungometraggio, a un film documentario, come recitano i titoli di testa, a sottolineare il carattere ibrido del film. Così, alla storia di Alin si sono aggiunte altre due storie del Toscanelli: la storia di Masha, una ragazza bielorussa adottata da una famiglia italiana, e di Nader, un ragazzo egiziano figlio di una famiglia egiziana molto rispettosa delle sue tradizioni. Un trittico in grado di rendere perfettamente giustizia alle parole di Claudio Giovannesi che introducono questo articolo.

I tre spaccati restituiscono il racconto dettagliato di varie forme di integrazione interculturale tanto più interessanti quanto più il tono attraverso cui vengono fuori vira sulla leggerezza, sull’ironia. Per motivi, certo, estetici, ma soprattutto perchè è così che accade l’integrazione: un processo dialettico, un qualcosa che muove indipendentemente da ogni volontà che non sia quella di chi tutti i giorni la vive, spesso e volentieri, con la leggerezza di un ragazzo di sedici o diciotto anni, il cui problema più grosso non è, ovviamente, l’integrazione, ma la scuola e i prof, la fidanzata e la famiglia. Il lavoro sull’integrazione interculturale è tanto più efficace quanto più si riesce a dimenticarne l’importanza nel momento in cui lo si porta avanti; per questo il cinema è il mezzo adatto per raccontarla: il rapporto tra l’occhio registico e la sua materia è regolato dalla stessa leggera incoscienza di chi è tanto consapevole di farsi carico di un ruolo in un processo di integrazione da riuscire a dimenticarsene.

Fratelli d’Italia ci mostra questo vero volto dell’integrazione, dispiegando tutta una serie di espedienti drammaturgici e scenici su una materia documentaria: l’adozione di un tono leggero e ironico per l’episodio di Alin, che nell’episodio di Nader arriva a scadere in una comicità decisamente truce, tutta giocata intorno all’irruenza parolacciara e al temperamento focoso di Nader, passando per il secondo episodio di Masha, caratterizzato da una maggiore compostezza. La storia che ruota intorno alla ragazza bielorussa è potenzialmente esplosiva: dopo anni, ha ritrovato un fratello in Bielorussia con il quale si sente tutte le sere. Sta pianificando un viaggio per andarlo a trovare, ma i ritardi burocratici per l’ottenimento del visto la costringono a rimandarlo. In tutto questo, il suo fidanzato vorrebbe accompagnarla, ma lei non è sicura di volerlo con sè. La mano di Claudio Giovannesi e il temperamento sobrio di Masha, coniugati con dialoghi più meditati che non negli exploit performativi di Alin e Nader, nei quali sembra prevalere la loro identità nuda, ne fanno un episodio in grado di dare equilibrio spezzando il ritmo forsennato del film, di dargli un respiro più reale, più razionale, anche se più didascalico.

La forza del tessuto drammaturgico dell’episodio di Masha è proprio in questa maggiore ponderatezza, che sposta i dialoghi dalla performance al tavolino e ne rende la maggiore complessità drammaturgica. Altrettanto evidente è che Welcome Bucarest è stato l’elemento che ha catalizzato la nascita di Fratelli d’Italia: la complessità della situazione, e soprattutto il carattere corale, il legame con il contesto della classe, ben più forte che non negli altri due episodi, nei quali la classe rimane più sullo sfondo, evidenziano il fatto che la storia di Alin nacque nel contesto di un lavoro programmato in classe, secondo la progettualità della scuola. Il percorso di Alin ha un carattere rituale, vive di una cooperazione collettiva alla ricostruzione di questa parentesi del suo cammino sociale. La famiglia, la scuola, la vita sentimentale, gli amici, i vari frammenti sono legati da una rete di echi e allusioni che si fondono nella costruzione del suo personaggio e nel racconto della sua integrazione. Un percorso che nello stile di Claudio Giovannesi rinuncia subito al nitore, all’oleograficità e alla didascalicità del racconto di una mancata integrazione, soffermandosi senza tante moine su Alin, sul suo rapporto con gli altri, sulla sua rude e spocchiosa genuinità. Anche i tempi del racconto, nel frammento di Alin, ci raccontano una gestazione più lunga: abbondano gli intermezzi ritmico-musicali, quando le altre storie sono imperniate su un racconto leggermente più vincolato dalla necessità di sintesi; sono presenti momenti visivi di rilievo, come ad esempio la straordinaria sequenza finale in discoteca, nella quale ci viene mostrato Alin, in un’inquadratura dal basso, tra le luci stroboscopiche della discoteca rumena dove si è recato con i suoi amici, rumeni anch’essi.

Un approccio ancora diverso sembra aver caratterizzato il lavoro con Nader, nel quale prevale nettamente la sua potenza performativa. Il suo carattere eccessivo in tutto si scontra puntualmente con la spinta austera esercitata dalla sua famiglia e da sua madre in particolare, terrorizzata all’idea che la condotta dissennata di Nader, che diserta gli impegni scolastici per concentrarsi «sulle sue ragazze», possa influenzare le sue due sorelle minori, che si pongono rispetto al fratello con un misto di fascino e di soggezione, per il rapporto dialettico che riesce ad avere con i genitori. È molto più forte in questo episodio il ruolo della famiglia, la frizione tra i costumi della società occidentale e i legittimi retaggi culturali che avvincono Nader alla sua tradizione. Claudio è molto bravo a stemperare lo scontro fra civiltà e la relativa sofferenza degli individui che lo attraversano con un’ironia talora pesante ma, anche così, molto funzionale, con l’uso della gag e rasentando il crinale della caricatura, nel quale spesso rischiano di precipitare suo padre, sua madre, le sue sorelle. Senza scampo, invece, vi precipita la prof di inglese, che non manca di fare dispetti a Nader per punire il suo carattere selvaggio. Con Nader si dimentica la ritualità di Alin, la pedanteria buona di Masha e si piomba nel politicamente scorretto: Nader ci delizia con la sua verve fatta di parolacce, bestemmie, insulti ai negri e agli ebrei - Nader è simpatizzante neonazista, un elemento tutt’altro che secondario soprattutto se pensiamo all’equilibrio tragicomico del suo frammento - sfoghi virulenti in classe e afflati comici notevoli, che hanno scatenato a più riprese l’ilarità della sala Teatro Studio dell’Auditorium – Parco della musica, dove Mario Sesti e Fabrizio Grosoli hanno voluto fortemente Fratelli d’Italia per la quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, nella sezione Extra – L’altro Cinema. E a ragione, visto il riscontro positivo e la menzione speciale ottenuta. Non c’è dubbio che Fratelli d’Italia sia uno dei film migliori passati quest’anno sotto i portici dell’Auditorium.

Tre fratelli d’Italia, tutte maschere più o meno diverse, che sono puntualmente calate quando i ragazzi, nel post-film, sono stati chiamati sul palco a dire due parole sull’esperienza: imbarazzo, circostanza, ma entusiasmo, soddisfazione e tanti bei ricordi in un evento cinematografico che, in una prospettiva storica, si dà come una piccola rivoluzione nel cinema del Nuovo Millennio, negli anni della tecnologia digitale, dell’ expanded cinema dell’abbassamento radicale dei costi di produzione e dell’home made distribution system. Ma soprattutto in relazione al tema dell’alfabetizzazione dei ragazzi verso il medium principe della loro attenzione, in tutte le sue molteplici forme, al tema dell’integrazione interculturale e, chiudendo il circolo, con il problema annoso della formazione di un pubblico consapevole dell’offerta culturale. Tutti interrogativi ai quali se, come tutti noi auspichiamo, ci sarà la volontà, Fratelli d’Italia e il sistema produttivo che gli ha dato vita può costituire una risposta di altissimo livello.

Simone Moraldi | 4. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsFratelli d’Italia
Regia: Claudio Giovannesi; fotografia: Ferran Paredes Rubio, Andrea Spalletti Panzieri; montaggio: Giuseppe Trepiccione; musica: Claudio Giovannesi; con: Alin Delbaci, Masha Carbonetti, Nader Sarhan; produzione: Giorgio Valente per Il Labirinto, in collaborazione con Fake Factory, Educinema, ITC Toscanelli e Regione Lazio; origine: Italia, 2009; durata: 90’; formato: Beta Digital, colore

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