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La forteresse

di Fernand Melgar

Dietro le sbarre

Presentato al 61. Festival di Locarno, La forteresse (2008) di Fernand Melgar ha vinto il Pardo d’oro del Concorso cineasti del Presente ed è stato particolarmente apprezzato dalla consigliera Eveline Widmer-Schlumpf, responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia. Ora viene riproposto all’ultima edizione del MedFilm Festival di Roma, vetrina annuale del cinema del Mediterraneo.

Il cronotopo dello spazio acquista un ruolo di primo piano in La forteresse, essendo tutto il documentario ambientato all’interno del centro di registrazione per richiedenti asilo nella Svizzera francese. Nella sua opera, il produttore-regista figlio di immigrati – autore tra l’altro di Classe d’accueil (1998) sull’inserimento degli stranieri e di Exit, le droit de mourir (2005), che affronta invece l’eutanasia – mira al contenuto di fondo, senza tralasciare la forma. Il film lavora per costruire un discorso di natura morale, il cui fine sembrerebbe il logico epilogo delle premesse iniziali. Infatti, il principio è direttamente messo in correlazione con la sequenza conclusiva: a tal proposito si veda come La forteresse esordisca con il trasferimento dei rifugiati politici dall’istituto di Vallorbe a quello di Chiasso, in Ticino, per terminare con la dislocazione di un elevato numero di persone a un’istituzione poco distante. Il tutto viene inquadrato in maniera sfocata dalle videocamere di sorveglianza della struttura di Vallorbe.

Melgar evita di dare l’impressione delle riprese dal vivo, tentando una strada prossima a quella della messa in scena del documentario, una zona liminare rispetto all’ambito della pura fiction. Così, il regista autodidatta mette in ordine e rappresenta gli aspetti della quotidianità vissuta in questa sorta di gabbia oggettuale. Egli desidera affrontare il vissuto umano, montando in 100 minuti di film un lasso di tempo della durata di circa due mesi, ovvero il periodo necessario richiesto dall’amministrazione pubblica per vagliare le richieste di asilo pervenute.

Le coordinate spazio-temporali in cui è possibile inquadrare La forteresse hanno a che fare con le votazioni svizzere del 2006, dove il 68% dei votanti si è espresso favorevole a una ulteriore modifica in senso restrittivo della normativa sull’immigrazione. In questo viaggio delle idee, si può vedere come e quanto il diritto d’asilo venga sminuito di senso da una macchina burocratica fredda e insensibile, a cui Melgar muove – tra le righe – un duro rimprovero: guardare a questi immigrati clandestini come fossero meri insetti. L’ultima offerta sacrificale sul grande schermo riguarda interviste ufficiali alle quali i migranti non si possono esimere di intervenire: clamoroso esempio di una serie di norme discutibili, a cui gli stranieri si aggrappano con la speranza di accedere finalmente a un habitat estraneo.

Parimenti, tutt’altro che esigui appaiono i momenti in cui l’occhio fagocitante della macchina da presa si sofferma sulla dignità dei volti di queste persone, spesso rincuorate e confortate da una parola amica proferita sia dal direttore del centro sia dai medici e dipendenti di Vallorbe. Pertanto, il destino della soggettualità di La forteresse si astiene dal rimanere invischiato in una visione strettamente manichea – alla Micheal Moore per intenderci ̶ che potrebbe pregiudicare il risultato finale dell’opera e il tipo di fruizione del pubblico.

Maria Cristina Caponi | 15. MedFilm Festival

Cast & CreditsLa forteresse
Regia: Fernald Melgar; fotografia: Camille Cottagnoud; montaggio: Karine Sudan; collaborazione scientifica: Alice Sala; collaborazione alla sceneggiatura e al montaggio: Claude Muret; origine: Svizzera, 2008; formato: 35 mm, 1:1.66; durata: 100’; produzione: Fernand Melgar per Climage; sito ufficiale: laforteresse.ch

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