
Magari le cose cambiano
di Andrea Segre
Quell'ultimo ponte

Magari le cose cambiano (2009) è l’ultima fatica del bravo Andrea Segre (Come un uomo sulla terra, 2008) realizzata con la preziosa collaborazione di Off!cine e di ZaLab, un’associazione fondata a Roma nel 2006 al fine di produrre e distribuire documentari di impronta sociale. Presentato in concorso al 27. Torino Film Festival, l’opera del trentenne Segre si è aggiudicata il premio “Avanti!” (Agenzia Valorizzazione Autori Nuovi Italiani) grazie allo «sguardo diverso con cui osserva una realtà difficile, traendone una lezione di forza e ottimismo».
Il documentario è un viaggio illusorio tra le quattro mura degli angusti alloggi, ubicati al centro del quartiere-dormitorio di Ponte di Nona lungo la Prenestina, città-alveare situata a circa sei chilometri dal Grande Raccordo Anulare e venti dal centro di Roma. Qui, la verità in gioco riguarda la dimensione teorica dell’architettura, la questione urbana e lo sviluppo edilizio condotto senza un chiaro criterio logico da alcuni noti immobiliaristi come Franco Caltagirone (lo chiamano «il feudo Caltagirone», con tanto di via dedicata all’imprenditore romano) o Roberto Carlino che, al tempo delle riprese, era sceso nell’arena politica come candidato UDC alle elezioni europee del 2009.
In questa landa desolata, abitata da cittadini considerati come figli di un dio minore si stagliano case popolari che recano inscritta la stagione della cultura pop nelle loro facciate esterne segnate da tinte forti, edifici torreggianti fotografati in maniera esemplare da Luca Bigazzi. La vera coscienza di questo luogo, reclamizzato al pari di un nuovo paradiso in terra, è invece racchiusa in due indomiti spiriti combattivi come quello della cinquantenne Neda Bonardi trasferitasi a Roma Est dopo una vita passata in una casetta all’ombra del Colosseo e la giovane Sara, di padre egiziano e madre italiana.
Segre cerca di denunciare lo status quo, puntando l’indice su determinati bersagli, ma senza l’intenzione di urtare e fare male, semmai con lo scopo implicito di far riflettere il suo pubblico. Il regista padovano si dimostra perfettamente a contatto con la realtà della nuova scena urbana, mostrando una grande disponibilità nel saper gestire «un silenzio disponibile a capire, ma anche semplicemente curioso di vedere, di cercare nella realtà i segni di ferite e ingiustizie, ma anche gli sguardi di speranze e dignità», come lui stesso dichiara.
L’autore riesce a mitigare il materiale filmato puntando a una magica leggerezza di toni: la logica della protesta lascia così il terreno a una sensazione di malinconia, ravvisabile a ogni battito di ciglia di Neda, una maschera di pathos che riesce a trasmettere allo spettatore tutto il disagio derivato dal flusso migratorio dal centro verso la periferia e il conseguente cambiamento coatto di residenza. Del resto già in A sud di Lampedusa (2007) e in Come un uomo sulla terra, Segre aveva concentrato il proprio interesse sulla questione, soffermandosi però sulla tragedia dell’immigrazione clandestina.
Il finale lascia intravedere una possibile solidarietà umana che inizia a germinare tra i vari abitanti di Ponte di Nona, molti dei quali sono emigrati in Italia dai propri paesi d’origine come l’Africa o la Romania, che si trovano ora a descrivere davanti l’obbiettivo della macchina da presa i cambiamenti nel loro modo di vivere.
Maria Cristina Caponi


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