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Il canto delle spose

di Karin Albou

Nelle pieghe del corpo e della storia

Dal 18 dicembre, esce, coraggiosamente, per Archibald Film Il canto delle spose (Le chant des mariées) (Karin Albou, 2008), presentato fuori concorso circa un anno fa al 26. Torino Film Festival, e nel frattempo uscito solo in Francia nel dicembre 2008 (vedi intervista). Dietro la mdp, la 40enne cineasta franco-algero-tunisina di La Petite Jérusalem (2005), presentato a Cannes e insignito del Premio per la Miglior Sceneggiatura. L’autrice, già apprezzata allora per il suo stile, per la forza e l’intensità dei suoi personaggi, per l’eleganza del suo cinema, torna a esplorare le pieghe della storia e della cultura nordafricana, terra natìa del padre, con un film drammatico a sfondo storico di cui sono protagoniste due adolescenti, Myriam, ebrea, e Nour, araba.

Siamo a Tunisi nel 1942, nell’epoca dell’invasione nazista. Nel quartiere dove vivono Nour, con la sua nutrita famiglia, e Myriam, con sua madre, arabi ed ebrei convivono pacificamente. L’adolescenza delle due ragazze - interpretate in modo straordinario dalla giovane e bellissima Lizzie Brocheré nei panni di Myriam e dall’altrettanto bella Olympe Borval nei panni di Nour - vede la loro amicizia rafforzarsi sempre di più fin quasi a sfiorare un amore adolescenziale, così tipico del “gentil sesso”, ricco di sfumature sensuali sulle quali si concentra l’attenzione della regista. All’arrivo dei nazisti, le leggi razziali impediranno alla madre di Myriam di lavorare, mentre la famiglia di Nour e il suo promesso sposo Khaled le impediscono con ogni mezzo di frequentare Myriam e insinuano in Nour il dubbio sulla sincerità dei suoi sentimenti verso di lei al punto da metterle, ad un certo punto del film, addirittura l’una contro l’altra. Quando Myriam viene data in sposa al ricco Raoul, un uomo adulto rapito dalla sua bellezza ma del tutto incapace di darle la dolcezza che lei vorrebbe dal suo amato, le due ragazze sono chiamate a fronteggiare una nuova crisi.

Il canto delle spose è un’interessante rivisitazione di un periodo storico che provocò tanta sofferenza in ogni angolo del mondo, declinata però in un luogo che il grande cinema non ha saputo mai descrivere in anni tanto difficili, mettendo in scena l’universalità della sofferenza umana attraverso una vicenda puramente “al femminile”. Karin Albou, francese di seconda generazione ma legata all’Africa dalle sue discendenze dirette, riesce a gettare sulla storia e la cultura del Maghreb uno sguardo non occidentalizzato. Un ottimo risultato, che è indice di grande sensibilità e capacità di ascolto.

Ma Il canto delle spose è, ancor di più, una delicata riflessione sul tema dell’amicizia tra ragazze nell’età dell’adolescenza, un’esplorazione della scoperta di sé, delle proprie emozioni, del proprio corpo. Colpisce molto la maturità che entrambi i personaggi mostrano; come se la regista volesse fornire un modello di “adolescente” diverso dall’iconografia mainstream contemporanea, votato a mettere in luce la capacità delle due ragazze di affrontare non soltanto la tragedia, ma prima ancora che essa si verifichi, una quotidianità che invece conosciamo bene, quella di una diciassettenne nella prima metà del XX secolo, fatta di problemi familiari e di promesse di matrimonio.

È bello il rapporto tra Myriam e sua madre (interpretata dalla stessa Karin Albou), disposta a dare la propria vita per salvare quella di sua figlia, ma incapace di trovare il coraggio di non troncare i sogni d’amore di sua figlia per la speranza di darle un futuro. D’altra parte, Nour affronta con grande forza il rapporto con il suo dispotico futuro marito Khaled, al quale ella si riconosce pur tuttavia legata da un sentimento d’amore forte. Entrambe portano comunque avanti un’amicizia che, nella sua infantile e adolescenziale dolcezza, nella sua purezza che le spinge a un’intimità ricca di una carica sensuale che lo sguardo di Karin Albou riesce a distillare con grande intelligenza e con un intimo e discreto pudore, si dà in tutta la sua maturità come un legame profondo tra le due giovani.

Splendida la scena in cui la bellissima Myriam è costretta da suo marito a depilarsi completamente l’inguine. La macchina da presa, pur insinuandosi nell’intimità di Myriam mostrandone ogni grazia, mantiene sempre e comunque uno sguardo “femminile”, spinto soltanto dalla ricerca profonda e instancabile di un sentimento intimo, l’unico mondo felice per le due ragazze, l’unica oasi di quiete in un mondo sempre più ostile. Come quei pochi minuti rubati al bagno turco, dapprima oasi di pace finché regna l’armonia, poi luogo di fugaci incontri fuori da sguardi indiscreti quando, sotto l’ombra del Nazismo, la madre impedisce a Nour di vedere la sua amica del cuore.

Nell’esplorazione così delicata e sapiente delle pieghe di un sentimento che anche agli occhi del sottoscritto – un uomo – si dà in tutta la sua poderosa essenzialità, Il canto delle spose è, per concludere, anche un’esplorazione, altrettanto sensibile, della componente rituale della società tunisina. Straordinaria la scena del matrimonio tra Nour e Khaled, nella quale riecheggiano tantissimi rituali tipici della cultura maghrebina, cui Karin Albou riesce a conferire una fotogenia notevole grazie al suo occhio sempre discreto ma così prossimo agli avvenimenti e così abile nel tirar fuori dagli attori, con i quali le riconosciamo di aver svolto un lavoro di gran pregio, delle sfumature decise e intense.

Simone Moraldi

Cast & CreditsIl canto delle spose (Le Chant des mariées)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Karin Albou; fotografia: Laurent Brunet; montaggio: Camille Cotte; suono: François Guillaume; musiche: François-Eudes Chanfrault; scenografia: Khaled Joulak; costumi: Tania Shebabo-Cohen; interpreti: Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian, Karin Albou; origine: Francia, 2008; formato: 35 mm; durata: 100’; produzione: Gloria Films; distribuzione: Archibald Film .

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