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Where is Africa: Rotterdam batte un colpo

di Leonardo De Franceschi

Al via il 39. International Film Festival di Rotterdam

Da ieri ha preso il via il 39. International Film Festival di Rotterdam, un’edizione davvero memorabile per quanti hanno a cuore le sorti dell’Africa, cinematografica e non solo. Il ventaglio di offerte di film, spettacoli, concerti e installazioni che insistono sulle culture africane e diasporiche non ha davvero precedenti nella storia dei festival che contano. «Perché un programma così esteso sull’Africa in questo momento? La risposta è: lo si sarebbe dovuto fare prima. L’Africa è stata trascurata. Il cinema africano è stato trascurato. Da noi e dall’Africa stessa»: così gli organizzatori ed è facile sottoscrivere. L’auspicio è che davvero, come essi stessi dichiarano, Rotterdam continui a sostenere gli sforzi dei cineasti africani attraverso i suoi programmi di sviluppo, il CineMart e l’Hubert Bals Fund (HBF). Va detto che sulla lista dei 33 progetti selezionati per il mercato di coproduzione CineMart di quest’anno non ci sono nomi africani, mentre nel raccolto dell’HBF 2010, ovvero nella programmazione dei titoli realizzati sotto l’egida dell’HBF, ce n’è solo uno, il mediometraggio Soul Boy di Hawa Essuman, girato in Kenia nello gigantesco slum di Kibera e prodotto da Tom Tykwer.

L’Africa non è particolarmente presente nelle sezioni pesanti, anzi. L’unico titolo di una qualche attinenza fra i 15, opere prime o seconde, in lizza per i Tiger Awards è Let Each One Go Where He May dell’americano Ben Russell: il suo film, girato in 16 mm nel piccolo stato di Suriname e descritto come un assemblaggio di tredici piani sequenza, è un viaggio fra i dannati della terra che lavorano nelle miniere d’oro di Paramaribo, perlopiù eredi dei maroon, gli schiavi fuggiti dalle piantagioni olandesi trecento anni fa. Non sappiamo se il loro futuro sarà davvero luminoso, ma gli altri due titoli di rilievo nella sezione Bright future continuano a raccontarci i margini dell’umanità: Avenida Brasilia formosa del brasiliano Gabriel Mascaro dà la parola agli abitanti di un quartiere povero di Recife abbattuto per far posto a un’autostrada, mentre God No Say No della svizzera Brigitte Uttar Kornetsky s’interessa della condizione delle migliaia di vittime della devastante guerra civile in Sierra Leone, sopravvissuti ai massacri ma mutilati di una o di ambedue le braccia.

Molto più composita, articolata e vivace la tavolozza dei colori che emerge dalla megasezione a tema Where is Africa, che è accompagnata da un programma ricchissimo di eventi collaterali, che vanno dagli spettacoli di griot e gruppi musicali a sessioni di videoproiezioni giornaliere di film di Nollywood, da una videoinstallazione di cortometraggi a una performance ambientale del camerunese Pascale Marthine Tayou, reduce dai successi della Biennale veneziana. La programmazione cinematografica invece è composta da un doppio palinsesto. Quello curato dai direttori dell’Amakula Film Festival di Kampala, Alice Smits and Lee Ellickson è, a sua volta, caratterizzato da un doppio sguardo, aperto sul passato – dei primi racconti occidentali sull’Africa e dei pionieri africani – e sul contemporaneo. Spazio allora a classici muti come il Nascita di una nazione dei boeri sudafricani, De Voortrekkers (Harold M. Shaw, 1916), il docufiction nostrano Siliva zulu (Attilio Gatti, 1928), e uno dei migliori saggi attoriali di Paul Robeson (Borderline, Kenneth MacPherson, 1930), ma anche a corti razzisti del primo Griffith e incursioni paradocumentaristiche degli anni ‘10 in Rwanda, Sudan, l’allora Rhodesia – titoli rimessi in contesto all’interno di serate con accompagnamento dal vivo da parte di solisti e gruppi africani, dai Percussion Discussion Afrika a The Jalliya Ensemble.

Da non perdere la sottosezione dei tributi, in cui torna ad essere rivisitato il periodo d’oro del cinema africano, gli anni ’60 delle indipendenze. Oltre alla riproposizione titoli dimenticati (N’diongane, del grande storico senegalese Paulin Soumanou Vieyra; Le troisième jour, del ciadiano Edouard Sailly), più compiuti omaggi vengono resi a figure chiave del primo cinema africano, come il nigerino Moustapha Alassane (geniale animatore naif e regista di piccoli gioielli come il western Le retour d’un aventurier), il sudanese Gadalla Gubara (regista di perle misconosciute come la love story precoloniale Tajooj, datata 1979) e poi ancora il senegalese Momar Thiam, l’ivoriano Bassori Timité, il congolese Sébastien Kamba, e il compianto documentarista di valore Samba Felix N’diaye. Nella zona delle produzioni contemporanee, si esce dal consueto predominio dell’Africa occidentale per restituire spazio anche ad altre aree non meno prolifiche ma dai profili più popolari e ancora più leggeri sul piano produttivo: quindi l’ultimo doc del senegalese Moussa Touré (Les techniciens nos cousins), ma anche l’ultimo lungo del nigeriano Tunde Kelani (Arugba) già scoperto da Rotterdam in una retrospettiva di qualche anno fa, e altri film d’esordio da Nigeria, Angola, Ciad, Zambia, Senegal, Sudafrica.

Più singolare l’operazione tentata dal programmer Gertjan Zuilhof con la sottosezione Forget Africa. L’idea era quella di partire con alcuni registi più o meno affermati e usarli come interfaccia di riferimento nei confronti dei filmmaker in formazione di diversi paesi – Camerun, Sudafrica, Uganda, Malawi, Tanzania, Zambia, Kenya, Angola, Rwanda, Mozambico e Congo Brazzaville – allo scopo di far realizzare ai primi dei film d’occasione su questo incontro e per permettere ai secondi di tirar fuori dal cassetto i propri corti, video e doc, così da comporre un programma meno condizionato dai vezzi e dai vizi dei selezionatori di festival, mai troppo ricettivi nei confronti dell’Africa. Molti i registi legati al movimento hip hop, come l’angolano Francisco Cafua (Balas e pistolas) e il senegalese Emile-Aime Chah Yibain alias Ancestor, che con The Way to the Cross gira la sua Passione con un gruppo di coristi da chiesa. Tra gli sguardi incrociati, curioso si annuncia quello del regista filippino Khavn De La Cruz agli spettatori di soap in Camerun (Cameroon Love Letter), quello del singaporiano Sherman Ong sui performer e musicisti di strada di Dar Es Salaam (Memories of a burning tree), quello dell’americana Kimi Takesue su un’Uganda plurale e poco esplorata (Where are you taking me?) e il docufiction magico del thailandese Jakrawal Nilthamrong sulla medicina tradizionale e i riti in Zambia (Unreal Forest, nella foto). Tanta carne al fuoco dunque, da ieri al 7 febbraio, e tanto da imparare da parte degli altri festival di serie A: Rotterdam 2010 marca una tappa importante nella storia cinematografica dei rapporti Europa-Africa.

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