
Cadillac Records
di Darnell Martin

Dal 21 ottobre è reperibile sul mercato homevideo Cadillac Records (id., 2008), uno dei titoli più sottovalutati dell’anno e quindi tutto da riscoprire e tenere nella propria videoteca personale. Dietro la cinepresa c’è Darnell Martin, talento afroamerican già rivelatosi nel 1994 con Così mi piace (I Like It Like That), da noi uscito solo in homevideo e che qui per la prima volta ha avuto una storia importante, un cast tecnico-artistico all’altezza e un budget discreto (12 milioni di dollari). Ma è un vero peccato che il film, benché apprezzato dalle giurie dei black film (Black Reel, Image Awards), e da diverse testate che contano (New York Times, The Hollywood Reporter, Wall Street Journal), non abbia sfondato al botteghino e sia ancora lungi dal recuperare i costi. Ma forse un titolo così potrebbe avere più fortuna nella fruizione domestica, tra homevideo e televisione.
Il plot si concentra sugli anni d’oro della mitica etichetta Chess Records, fondata da un immigrato polacco ebreo, Leonard Chess (Adrien Brody), nel 1950, e portata al successo, facendo amare da un pubblico mainstream e interrazziale quelli che sarebbero diventati i primi divi della musica soul e rock, nomi come Muddy Waters (Jeffrey Wright), Little Walter (Columbus Short), Chuck Berry (Mos Def) e Etta James (Beyonce Knowles). L’arco temporale va dall’apertura del primo locale di Chess, nel quartiere nero di Chicago, fino alla decisione di chiudere, alla fine degli anni ’60, per la disaffezione del pubblico nei confronti di Waters e compagni – il successo di Berry era finito dietro le sbarre, e in scia si era infilato alla grande il bianco Elvis – e la pressione dei neri più militanti su Chess.
Il film dà conto per accenni ai macroeventi che segnano quegli anni per la comunità nera, come il boicottaggio nel sud degli autobus e le marce organizzate dal reverendo King, ma il fuoco dell’azione rimane sugli straordinari protagonisti, inquadrati nelle loro doti vocali e strumentali ma anche e soprattutto nelle loro caratteristiche umane, e nelle dinamiche di interrelazione che intrattengono con Len Chess, impresario, gestore e amico dalle bizzarre abitudini (tipo quella di pagare i suoi artisti con cadillac fiammanti), talent scout eccezionale quanto affarista spregiudicato nei suoi rapporti con l’ambiente radiofonico e discografico. La Martin, pur senza esibire doti di virtuosismo registico particolare, riesce a coordinare con grande equilibrio espressivo il racconto (con qualche sbavatura d’insieme, come l’inutile voce fuoricampo), a valorizzare con intelligenza i talenti tecnici in gioco nella messinscena (costumi, scenografia, fotografia) e soprattutto a dirigere con misura ed efficacia i suoi attori, con un cast che allinea pezzi da novanta (Brody), talenti in ascesa (Def, Short, ma anche Gabrielle Union), attori da riscoprire (Wright, già Basquiat per Schnabel nel 1996) e soprattutto una Beyoncé, qui anche producer, mai così convincente.
L’edizione homevideo italiana (in DVD e Blu-ray Disc) riprende fedelmente i contenuti di quella originale statunitense. Oltre al commento della Martin, da apprezzare soprattutto i due filmati aggiunti tra gli extra: Playing Chess: The Making of Cadillac Records, centrato soprattutto su interviste alla Martin e agli attori, e Once Upon a Blues: Cadillac Records by Design, che mette in valore il lavoro della scenografa e della costumista. Peccato nessuno abbia pensato di editare una collector’s edition con il doppio CD della colonna sonora uscito negli States, davvero pregevole, con i pezzi d’epoca tagliati su misura per gli interpreti dal grande Terence Blanchard, distribuito in parallelo a un CD singolo contenente i brani originali.
Leonardo De Franceschi


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