
An African Wedding in Rome
di Ben Oduwole
Nollywood sul Tevere

Presentato all’ultima edizione del RIFF nella sezione Opera prima-New Frontier, An African Wedding in Rome è un mediometraggio (55’) di finzione, scritto prodotto e diretto da Ben Oduwole, un distinto signore nigeriano 57enne che vive da anni a Roma, di mestiere fa il fotografo ma per diletto scrive libri per ragazzi (nel 2009 ha pubblicato The Flying Tortoise) e, evidentemente, fa cinema. Se ne scriviamo solo ora è perché ci è capitata per puro caso una copia DVD del film, in vendita presso la Libreria del Cinema di Roma. Il problema a questo punto è metterci d’accordo sul registro da adottare per dare conto di questo film. Detto con grande onestà, la ragione essenziale per la quale ce ne occupiamo è che An African Wedding in Rome, almeno a nostra conoscenza, rappresenta probabilmente il primo esempio di produzione audiovisiva realizzato da un regista della diaspora nigeriana in Italia, o almeno il primo che abbia avuto una qualche forma di diffusione al di fuori del circuito della comunità.
Ma partiamo dal plot. L’intreccio, assai esile, è innervato sulle vicende di una giovane coppia di nigeriani a Roma, formata da Oliver e Rose, che intendono convolare a giuste nozze. Una volta prenotata la sala da un italiano, i due si salutano per l’addio al celibato. Gli uomini se ne stanno in un appartamento a chiacchierare e bere, le donne sul bordo di una piscina a cantare, ma l’imprevisto è dietro l’angolo sotto forma di una sorpresa: gli amici di Oliver gli fanno trovare in camera una squillo bianca. Oliver resiste alla tentazione e fa per mandar via la ragazza ma proprio in quel momento sopraggiunge Rose che la intravede nascosta in fondo all’armadio. L’indomani, dopo aver atteso a lungo insieme agli invitati, Oliver raggiunge Rose sconvolta nella casa delle amiche ed hanno un colloquio chiarificatore. Ora che tutto è in ordine, si può dare inizio alla cerimonia, in stile africano, con tanto di officiante che illustra il senso della vita matrimoniale, ricorrendo a cibi e oggetti dal valore simbolico. E poi via con una passeggiata per Roma e un lungo flashback per chi si fosse distratto. O addormentato.
An African Wedding in Rome ci permette di spendere due parole sul successo dei film di Nollywood, l’industria dell’audiovisivo nigeriana straight-to-DVD che produce migliaia di titoli l’anno e dà a vivere a decine di migliaia di persone, fra attori, registi e tecnici. Non ha assolutamente senso valutare questo film, come del resto una produzione media di Nollywood, applicando i criteri d’analisi – estetici, simbolici, stilistici – che di solito adoperiamo per un film indirizzato alla sala cinematografica. Anzitutto perché questi film, girati con videocamere amatoriali, un budget irrisorio, e personale in larghissima parte formato da non professionisti, sono rivolti principalmente alla comunità d’appartenenza del cineasta. Il fatto che abbiano, globalmente, successo, ci testimonia di un bisogno di rappresentatività che per quanto ci riguarda è un segno di grande vitalità e resistenza rispetto all’invasione di storie e immagini che l’Africa subisce, con una pronunciata passività da parte dei governi, da oltre un secolo. Il modello Nigeria funziona, ed è stato progressivamente esportato in Ghana, Etiopia, Burkina Faso e altri paesi e altre comunità, come quella amazigh.
Forse dovremmo rileggere in questa prospettiva anche le scelte stilistiche di Sembene Ousmane in Faat Kiné (2000) e di Souleymane Cissé in Min yé. Non è un caso che Cissé porti avanti da anni un festival nel villaggio di Nyamina, in cui i protagonisti sono giovani videomaker della zona che si guadagnano da vivere facendo film per matrimoni. Forse dovremmo cominciare ad accettare il fatto che sempre più spesso, proprio dando voce a un’esigenza davvero primaria, come l’acqua e il cibo, cioè l’autorappresentazione (o, più propriamente, l’autonarrazione), in varie regioni dell’Africa i registi producono con mezzi di fortuna testi filmici che nulla hanno a che vedere, non solo con i gusti dei selezionatori di festival, ma anche con il palato degli spettatori occidentali. In questo senso, ritengo che An African Wedding in Rome, con tutte le sue evidenti fragilità, rappresenti un segno importante per chi segue come noi le dinamiche dell’intercultura nel nostro paese, in quanto sta a significare in qualche modo che la comunità nigeriana di Roma comincia ad esprimere l’esigenza di rendersi visibile, anche attraverso le risorse dell’audiovisivo.
Basta dare un’occhiata al trailer visibile sulla pagina Youtube dell’autore per farsi un’idea del film, sul piano della retorica delle immagini. I modelli narrativi e figurativi sono mutuati dalle sit-com, ma l’impaginatura visiva e le scansioni di montaggio sono invece davvero riprese dai film di matrimoni. Ciononostante, è di sicuro interesse il fatto che proprio le mansioni più tecniche (fotografia, montaggio, musiche) del film siano stati affidati ad italiani: una menzione speciale va alla colonna sonora, composta da canzoni i cui testi sono stati scritti dallo stesso regista.
Sarebbe interessante abbozzare un’analisi sociosimbolica dei segni messi in gioco, attraverso la parola o il linguaggio non verbale, per esempio nella rappresentazione dei rapporti di genere. Nella dinamica d’azione della festa a sorpresa, un sottotesto insiste – denunciandone i pericoli – sulla tentazione che rappresenta la donna bianca per l’uomo africano, a maggior ragione se bene integrato, rimuovendo d’altra parte ogni ipotetica attrazione della donna africana nei confronti dell’uomo bianco. L’happy ending è incastonato in una visione assolutamente edificante di questa microsocietà, aperta alla presenza di italiani e membri di altre comunità, e dominata da un sistema di valori che ingloba senza soluzione di continuità immaginario cattolico e simbologia africana.
Non rimane che sperare che, con An African Wedding in Rome, si sia aperta una via per la nascita di una Nollywood sul Tevere.
Leonardo De Franceschi


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