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I 60 della Berlinale: Peck e gli altri

di Leonardo De Franceschi

Tutto è pronto o quasi per la sessantesima edizione della Berlinale, che parte domani e prosegue fino al 21, col suo rutilante calendario di sezioni ed eventi collaterali, che culmina con la miniretrospettiva dei 40 anni di Forum. Come è accaduto spesso nelle ultime edizioni, l’Africa è presente/assente come fantasma, simulacro, scenario di azioni. Praticamente mai come sguardo, su se stessa e sugli altri mondi e popoli. Peccato, perché in Giuria Ufficiale, accanto a un Herzog che l’Africa, sia pure a modo suo, l’ama e l’ha girata non poco, siede quest’anno anche il grande Nuruddin Farah, fra i più vibranti narratori dell’Africa orientale e delle sue diaspore. A proposito di diaspore, l’unico titolo di qualche interesse in competizione è Shahada, opera prima del tedesco di origini afghane Burhan Qurbani, che ci introduce appunto nella comunità islamica di Berlino, facendoci seguire le orme di tre giovani: Maryam, Samir e Ismail.

Allargando lo sguardo alle altre sezioni, il paesaggio si fa un po’ più variegato. Il nostro titolo di punta della Berlinale si trova infatti tra i titoli in selezione ufficiale ma fuori concorso (Berlinale Special): naturalmente parliamo di Moloch tropical (nella foto), che segna il ritorno a Berlino dell’haitiano Raoul Peck, a sei anni da Sometimes in April (2004), a tutt’oggi il più giusto tra i film fatti sul genocidio ruandese. Moloch tropical viene descritto come il ritratto di un presidente immaginario (interpretato dall’attore franco-algerino Zinedine Soualem), che, sia pur democraticamente eletto, si trova al centro di un sommovimento popolare nel giorno stesso dell’insediamento, alla presenza di premier e capi di stato stranieri: è stata per Peck un occasione per «tornare nel mio paese. Ho voluto rivivere in modo shakespeariano la tragedia e l’imbecillità di questa rivolta di sessant’anni. In nessun luogo diverso da Haiti l’epoca attuale ha portato tanta confusione e assurdità». L’altro titolo di un certo rilievo fuori concorso è The Man Who Sold the World, descritto da molti come una versione pop e postmoderna di Jules e Jim: dietro la cinepresa i fratelli Swel e Imad Noury, lanciati nel 2006 proprio a Berlino da Heaven’s Doors.

Restando tra i titoli fuori concorso, il tedesco Kinshasa Symphony, di Claus Wischmann e Martin Baer, ci fa scoprire una società civile congolese attiva e piena di risorse, seguendo le vicende di un’orchestra popolare, composta da circa duecento membri, perlopiù autodidatti e amatori, che si prepara per un grande concerto in occasione della Festa dell’Indipendenza. Ma non c’è dubbio che, dalla Repubblica Democratica del Congo, che quest’anno festeggia i suoi cinquant’anni di indipendenza, il titolo che conta è Congo in Four Acts, lungometraggio di 72 minuti presentato in Forum e girato da quattro giovani registi congolesi: Kiripi Katembo Siku (1979), Dieudo Hamadi (1984), Patrick Ken Kala (1981), Divita Wa Lusala (1973). Pensato per fare uno stato delle cose della democrazia di oggi, Congo in Four Acts vuole distaccarsi dalle immagini circolanti sul Paese, girate in un falso stile cinema verité, e dare la parola a donne ed uomini presi nel loro concreto orizzonte d’esistenza. Sempre dalla regione dei grandi laghi, ma dall’Uganda, arriva Imani (Forum), opera prima della filmmaker Caroline Kamya, classe 1974, possibile sorpresa della sezione. Mary deve pagare la corretta polizia locale per riabbracciare la sorella, l’ex bambino-soldato Olweny torna finalmente al suo villaggio, lo streetdancer Armstrong deve fare i conti con il passato prima di potersi esibire: incrociando tre storie di ragazzi che si svolgono tra la capitale e la provincia del Gulu, Imani è il primo film girato in Red Camera in Uganda, con un cast e una troupe composta in larga parte da non professionisti.

Dal Sudafrica via Germania arriva invece Sunny Land (Forum), dei tedeschi Aljoscha Weskott e Marietta Kesting, che si annuncia un interessante excursus nella storia di Sun City, paradiso artificiale partorito nell’età d’oro del segregazionismo con tanto di stato satellite, casino, luoghi di divertimento e locali per concerti di star internazionali (Frank Sinatra, i Queen, Cher), tramontato con la fine dell’Apartheid (e la diffusione nel Paese di casino e sale giochi).
Coté diaspore, dal Brasile molta curiosità per Bróder!, opera prima di Jeferson De, studente di cinema a San Paolo, cortista e autore di due manifesti (Dogma Feijoada e Brazilian Black Cinema) sull’anima black del cinema brasiliano contemporaneo: girato alla periferia di San Paolo, Bróder! mette in scena una storia di amicizia a tre, messa a rischio dal potere delle bande di criminali che controllano la zona. Da non perdere, per gli amanti della capoeira, Besouro di João Daniel Tikhomiroff, biopic di uno dei primi mitici mestre di questa forma di arte performativa che incrocia danza e arti marziali, appunto Besoura Mangangá, all’anagrafe Manuel Henrique Pereira (1897-1924). E poi ancora, tra i titoli omaggiati dal forum, Baara di Cissé presentato da Jean Marie Téno (di scena anche al Talent Campus nell’incontro Cinema Unlimited: Intercontinental Connections), George Washington di Green, Beau travail della Denis. Insomma, tra una ruga e l’altra dell’orso sessantenne, qualche granello di terra d’Africa è rimasto comunque incastrato.

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