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Invictus. L'invincibile

di Clint Eastwood

Capitani coraggiosi

Pur non essendo in campo come attore, il grande Clint Eastwood torna a raccontarci con Invictus. L’invincibile una piccola grande storia fatta di incontro/scontro con il nemico e di epica del riscatto. Solo che stavolta si tratta della Storia con la S maiuscola: i mondiali di rugby del 1995 in Sudafrica, a breve distanza dalla fine dell’apartheid e dalla liberazione di Nelson Mandela, presidente della “nazione arcobaleno”. In un paese ancora turbato dal nuovo assetto politico ed in cui la minoranza bianca e la maggioranza nera stentano ad imboccare la strada del perdono e della riconciliazione, solo “Madiba” – come viene chiamato affettuosamente Mandela dai neri sudafricani, in omaggio al clan cui la sua famiglia appartiene – comprende a fondo l’opportunità unica che uno sport come il rugby può offrire in un momento in cui, grazie al campionato, gli occhi del mondo sono puntati sul nuovo Sudafrica.


Trailer fornito da Filmtrailer.com

Coproduttore oltre che interprete del film, Morgan Freeman aveva cercato per anni di realizzare una trasposizione dell’autobiografia di Mandela, A Long Walk to Freedom, prima di innamorarsi del libro di John Carlin, Ama il tuo nemico (Sperling & Kupfer). Ma anche Clint Eastwood si è gettato anima e corpo nel progetto, anche scrivendo per il film la canzone 9.000 Days, insieme a Michael Stevens, Emile Wellman, Kyle Eastwood (suo figlio) e Dina Eastwood (sua moglie).

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, ha il potere di unire il popolo, come poche altre cose fanno”: queste le parole di Mandela. E il miracolo che Madiba riesce a compiere è quello di trasformare gli Springboks – fino ad allora esclusi a causa dell’apartheid dalle gare internazionali e sostenuti solo dagli afrikaner – in una vera squadra nazionale, appoggiata da tutti i sudafricani, bianchi e neri. Un miracolo che però ha inizio dal momento in cui Mandela (Morgan Freeman) incontra il capitano degli Springboks, il giovane e biondissimo afrikaner Francois Pienaar (Matt Damon), e riesce a guardarlo con amore e insieme a far cambiare il suo sguardo.

È in questo incontro, in questo doppio gioco di sguardi che si incrociano come in uno specchio, che sta l’intuizione più profonda e poetica di Clint Eastwood, sulla quale poggia tutto il film. Il regista riesce a cogliere ed a tradurre in cinema il senso del titolo originale del libro di Carlin da cui è tratto il film, Playing the Enemy, ovvero “interpretare il nemico” ma anche “giocare a fare il nemico”. Perché, come Mandela dice nel corso del film, “Per vincere bisogna essere migliori del nemico”.

E così Clint gioca la carta della doppia evoluzione attoriale di Mandela/Morgan Freeman e Pienaar/Matt Damon: solo mettendosi l’uno nei panni dell’altro ed assumendo così una diversa prospettiva sul mondo potranno essere veramente se stessi e insieme diventare artefici del proprio destino e del nuovo Sudafrica. Un movimento estatico, perché porta ad uscire da se stessi. Un movimento che Mandela ha prima sognato nello spazio angusto della propria cella, grazie alla poesia di W. H. Henley (Invictus, appunto), e poi ha saputo mettere in atto come primo presidente del Sudafrica post apartheid. Significative e toccanti sono le scene del film in cui Madiba impara a memoria le facce dei giocatori di rugby per poterli poi salutare personalmente in campo, oppure quando cerca di capire le regole del campionato di rugby aiutandosi con uno schema delle partite sulla lavagna, o ancora quando indossa la maglietta e il berretto verde e oro degli Springboks.

Certo, per realizzare il miracolo di Mandela, anche Pienaar deve imparare a cambiare pelle e vedere attraverso gli occhi del nemico: è quello che avviene quando, toccato dall’incontro con il presidente, porta la propria squadra ad allenarsi in una township, fra bambini festanti che circondano l’unico giocatore nero degli Springboks, Chester Wiliams; oppure quando, ormai trasformato, spiega ai suoi uomini l’importanza di cantare il nuovo inno del Sudafrica, Nkosi sikelei iAfrica, che nella lingua xhosa dei neri sudafricani significa “Dio benedica l’Africa”. Ma il momento culminante della sua trasformazione estatica avviene durante la visita all’isola prigione di Robben Island, quando Pienaar entra nella cella piccolissima dove Mandela è stato detenuto per 27 anni e guarda da dietro le sbarre, vedendo per la prima volta l’orrore del (proprio) passato.

Freeman e Damon sono entrambi magistrali nell’incarnare l’ispirazione morale dei due personaggi che hanno in maniera diversa segnato la storia del Sudafrica. E magistrale è Eastwood nel dare consistenza a un sogno che diventa realtà, dall’atmosfera rarefatta e i tempi distesi della prima parte del film fino al crescendo della finale di rugby vinta a sette minuti dalla fine dagli Springboks contro gli imponenti All Blacks neozelandesi e la loro minacciosa Haka: un corpo a corpo fenomenale, fatto di sudore, fatica, sangue e speranza, proprio come la transizione ad un nuovo Sudafrica.
Tre capitani coraggiosi dall’anima indomabile. Indomabile e sorridente, come il ragazzino nero preso in braccio dai poliziotti bianchi alla fine della partita: il momento più utopico del film.

Maria Coletti

Cast & CreditsInvictus. L’invincibile (Invictus)
Regia: Clint Eastwood; sceneggiatura: Anthony Peckham, dal romanzo Ama il tuo nemico di John Carlin (Sperling & Kupfer); fotografia: Tom Stern; musiche: Kyle Eastwood, Michael Stevens; montaggio: Joel Cox, Gaery Roach; scenografia: James J. Murakami; costumi: Deborah Hopper; interpreti: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo; origine: USA, 2009; formato: 35 mm, 1:2.35, Dolby Srd; durata: 133’; produzione: Clint Eastwood, Lori McCreary, Robert Lorenz, Mace Neufeld per Malpaso; distribuzione: Warner Bros. Pictures; sito ufficiale: invictusmovie.warnerbros.com; sito italiano: invictusfilm.it

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