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Good Fortune

di Landon Van Soest

Storie africane al Festival di Salonicco

Salonicco è definita - dai greci stessi - la co-capitale della Grecia. È una città a forma di boomerang, la parte concava affacciata sul mar Egeo. Ospita l’università più prestigiosa del nord della Grecia e le strade sono popolate di giovani studenti. È il 14 marzo ma il sole scalda già le piazze regalando temperature primaverili. Una località che per clima e posizione avrebbe poco da invidiare a Cannes se non fosse che il Thessaloniki Documentary Festival, giunto alla dodicesima edizione, stenta ancora a raggiungere la rilevanza che meriterebbe nel panorama dei festival europei dedicati a questa arte di nicchia. Il festival si divide in 10 segmenti tematici - tra cui musica e diritti umani - e offre una serie di sei retrospettive su grandi autori del passato come Joris Ivens o Krysztof Kieslowski.

Il segmento African Stories presenta sei documentari nel tentativo di esplorare la complessa e vulnerabile realtà del continente africano in attesa di una sua migliore, forse impossibile, decodifica. Fra questi troviamo Good Fortune (Buona fortuna) presentato ieri in presenza del giovane regista Landon Van Soest. Si tratta dell’ennesima amara testimonianza di un continente ferito che stenta a reagire alla folle e cinica corsa del capitalismo alla “crescita” in termini economici, ma mai abbastanza umani. Lo stile, lineare e didattico, accompagna lo spettatore in due situazioni-limite nelle zone più povere del Kenia.

Immaginate la casa più degradata che si possa concepire, le pareti in fango e bambù, il tetto in lamiera industriale. Il pavimento, se poteste permettervelo, un tappeto di paglia intrecciata. Moltiplicate questo rifugio per una popolazione di un milione di persone, con una densità di 200.000 persone per chilometro quadrato: circa 3-4 persone per stanza. Senza elettricità. Ecco come si presenta Kibera, tra le più estese e popolate baraccopoli del mondo, a pochi chilometri da Nairobi, Kenia.
Ci si sente sollevati di scoprire che l’ONU ha già avviato un programma di demolizione e riabilitazione di questa miserabile bidonville. Non rassicura invece sentire dalla voce dei suoi abitanti come i soldi delle nuove belle e costose abitazioni finiscano spesso nei conti correnti dei politici locali: la corruzione sembra più globalizzata del McDonald’s.

In questa situazione apocalittica conosciamo Silva, una levatrice. Un mestiere nobile e delicato praticato in condizioni così miserabili da far rimpiangere il nostro medioevo. Silva ci guida nei tentacoli di Kibera, ci mostra il suo quotidiano. Ci mostra come fa nascere un bambino. Ha uno sguardo diretto; parla con estrema lucidità, senza sentimentalismi. La domanda è semplice: come si fa a far nascere dei bambini in una bidonville in demolizione?

A questo girone dell’inferno il regista alterna un paesaggio apparentemente più rassicurante: un campo di riso. Ci troviamo a Yal Swamp, Kenia nord occidentale, la regione più umida del paese bagnata da uno degli affluenti del lago Vittoria. La famiglia Jackson ha vissuto per anni grazie alla loro fattoria. Il progresso ha altri progetti per loro e per gli abitanti del luogo. L’azienda statunitense Dominion Farms ha infatti creato una diga ed ha inondato centinaia di ettari di terre per avviare una produzione industriale di riso. Risultato: intere famiglie sfrattate, niente più campi per pascolare il bestiame, uso di pesticidi che causano aborti spontanei. Il tutto, a detta dei dirigenti, per il bene dello sviluppo del paese. Magra retorica tardoimperialista.

Ecco il prezzo che l’Africa deve pagare per aver tardato ad omologarsi. Quando anche i kenioti potranno desiderare e comprare cose di cui non hanno bisogno, mangiare Mac Burger e vestire Armani, forse ci abbasseremo ad ascoltarli. Ahimé, avranno dimenticato cosa dire.

Riccardo Centola | 12. Thessaloniki Documentary Festival

Cast & CreditsGood Fortune
Regia: Landon Van Soest; fotografia: Alex Stikich, Landon Van Soest; montaggio: Jeremy Levine; suono: Paul Bercovitch; musica: T. Griffin; durata: 73’; produzione: Jeremy Levine e Landon Van Soest per Transient Pictures; origine: Usa-Kenya, 2009; sito ufficiale: www.transientpictures.com

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