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Moloch tropical

di Raoul Peck

Götterdämmerung

Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, Moloch tropical di Raoul Peck è stato proposto in anteprima nazionale dal 20. FCAAAL di Milano, in competizione nella sezione Finestre sul Mondo. L’afrohaitiano Peck, cresciuto in Congo con la sua famiglia, in fuga dagli orrori della dittatura di Duvalier, ci ha già regalato perle di rara lucentezza - L’homme sur le quais (1993), ambiguo thriller metafisico, è stato il primo film haitiano in concorso a Cannes; Lumumba (2000) rimane l’omaggio più sentito a uno dei leader più amati dell’Africa postcoloniale; Sometimes in April (2005) continua ad essere il racconto più credibile, incisivo e profondo, del genocidio rwandese - ma Moloch tropical dimostra una volta di più l’equilibrio fertile ed elegante raggiunto da questo straordinario narratore per immagini.

Ispirato esplicitamente a Moloch di Sokurov - da cui riprende tuttavia solo lo spunto narrativo iniziale e alcune atmosfere sospese e nebbiose - descrive il crepuscolo agghiacciante e patetico di un primo ministro, eletto democraticamente ma prigioniero delle proprie manie di grandezza, maniacalmente attento alla propria immagine, senilmente erotomane, circondato da ministre ex-amanti, segretarie che gli ricordano i propri doveri, una moglie che vorrebbe liberarsi di lui, ossessionato dalle poche teste pensanti nella stampa che si ostinano a raccontare alla radio e sulla stampa i suoi abusi di potere. Vi suona familiare? Eppure, il leader descritto da Peck, e intepretato con straordinaria misura e intensità da Zinedine Soualem, è un capo di stato haitiano, che racchiude in sé tratti, idiosincrasie e destini di due protagonisti tragici della storia nazionale, l’Henri Christophe (1767-1820) antieroe di una piéce di Aimé Césaire, e soprattutto Jean-Bertrand Aristide, discusso presidente eletto, deposto, reinvestito dagli americani e ridestituito (ma, dal Sudafrica, dove vive in un esilio dorato, minaccia di tornare...).

Jean de Dieu Theogène, infatti, è un ex-prete che si sveglia in quello che è l’anniversario dell’indipendenza di Haiti, con le immagini della CNN che documentano gli scontri fra i manifestanti dell’opposizione e le spietate Chimere, la sua polizia politica. È una giornata campale per lui, visto che molto ha investito in termini di rilegittimazione internazionale sulla cerimonia che avrà luogo nel pomeriggio, alla presenza dei leader del mondo. Ancora non sa che i diplomatici inviati, uno dopo l’altro, tutti - tranne gli africani, guarda caso - a partire dall’ambasciatore americano, lo lasceranno solo. Ancora con sa che sarà il suo ultimo giorno da capo di stato di Haiti. La giovane moglie (l’ex miss Francia, la franco-rwandese Sonia Rolland) cerca inutilmente di farlo ragionare, convincendolo a dimettersi e a lasciare il paese, anche per proteggere la figlia piccola. Jean viene seguito come un ombra dal fido Ti-Jean, che sovrintende al lavoro sporco. Nelle segrete della gigantesca fortezza dove il presidente vive con la sua famiglia - la Citadelle Laferrière costruita da Christophe e divenuta ormai sito Unesco - viene torturato Gerald Francis, speaker di Radio Arc en ciel, ex-sostenitore, amico fraterno e ora acerrimo detrattore del presidente.

Invano Jean scatena le Chimere, lasciando mano libera alla loro guida Mère Thérèse. L’eco delle manifestazioni arriva fin sotto alla fortezza, penetra nelle cucine, viene raccolta dalla vecchia madre del presidente, una creola dura e generosa, che non sa più riconoscerlo e gli rimprovera di schiarirsi la faccia. Tutti cercano di salvare la pelle e trarre vantaggi dalla situazione, a partire dalla giovane cameriera concupita, che cerca soldi e un visto d’uscita per sé e per il suo ragazzo, sassofonista della banda che prova senza sosta gli inni nazionali per la cerimonia. L’unico che non avverte, se non oscuramente, l’arrivo della fine, è Jean. Finché, al discorso della cerimonia, avendo deliberatamente rifiutato la consueta dose di psicofarmaci che ne tengono a freno i deliri, si produce in una sorta di omelia testamentaria, autoimmedesimandosi nel figlio di Dio sulla via del calvario. Tappa di feroce nitore all’interno di un itinerario che non gli risparmia nessuna prova, fino alla capitolazione.

Laddove Peck dimostra di dominare la partita è anzitutto a livello di messinscena, nella padronanza di un spazio teatrale straordinariamente potente come la Citadelle Laferrière. Basti pensare alla sapienza con cui amministra le luci di Eric Guichard (DoP feticcio di Tony Gatlif), in particolare nel primo blocco, dominato dalle nebbie shakesperiane che avvolgono la terrazza, e nel penultimo, in cui è un’alba carica di inquietudine a circondare il castello, e a nascondere la fuga folle del re senza corona. Spazi, luci, ma anche corpi, i corpi attoriali di Zinedine Soualem, Sonia Rolland, ma anche le tante presenze incisive di un film che riesce ad essere paradossalmente corale proprio in virtù dell’ottimo casting e della resa performativa. Penso per esempio a Mireille Metellus (la segretaria Michelle) e a Jimmy Jean-Louis (lo speaker Gerald Francis). Più che la griffe di un singolo movimento di macchina, o l’impennata di una sequenza di montaggio, allo spettatore critico rimane l’impressione di una suite visivo-sonora di tragica, composta classicità, sostenuta efficacemente da brani wagneriani.

Una straordinaria meditazione sul potere, sull’eros mortifero, sulla teatralità cupa che accompagna immancabilmente il crepuscolo dei potenti, riformattata ad uso dei consumo dei media (si vedano le immagini dalla televisione, che insistono sugli orrori di Abu Ghraib e sulle visite a Saddam catturato). Nessun fascino né condiscendenza nei confronti del leader in ginocchio, nessun adesione decadentistica al senso della disfatta, nessuna scorciatoia verso la satira o il farsesco. Solo la trascrizione, puntuale e spietata, di una deriva psicologica senza riscatto, di qualcuno che rimane invischiato nelle sue stesse ossessioni, e perde la capacità di essere presente a ciò che accade intorno a lui. Di insostenibile tensione la scena del faccia a faccia fra il presidente e il suo ex-amico Gerald, torturato per giorni e rimesso a nuovo da Ti-Jean e da una truccatrice.
Un film che probabilmente non vedrete mai, ma che meriterebbe invece una proiezione su grande schermo e una platea attenta a cogliere i tanti richiami, involontari e quindi tanto più inquietanti, al crepuscolo interminabile che da vent’anni sta inghiottendo il nostro paese.

Leonardo De Franceschi | 20. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsMoloch tropical
Regia: Raoul Peck; sceneggiatura: Jean-René Lemoine, Raoul Peck; fotografia: Eric Guichard; montaggio: Martine Barraque; sonoro: Eric Boisteau, François Groult; scenografia: Jean-Luc Le Floch; costumi: Paule Mangenot; musiche: Aleksei Aigi; interpreti: Zinedine Soualem, Sonia Rolland, Mireille Metellus, Nicole Dogue, Gessica Geneus; origine: Francia/Haiti, 2009; formato: HD Cam, Dolby Srd; durata: 107’; produzione: Raoul Peck per Velvet Film Production, Arte France.

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