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Al mosafer

di Ahmed Maher

Tre giorni senza gloria

Presentato fuori concorso al 20. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, visto che il suo regista siede nella giuria ufficiale del concorso Finestre sul Mondo, Al mosafer/The Traveller è un’opera prima debordante, delirante, che osa tradire qualsiasi aspettativa di efficacia, sul piano narrativo e ancor più su quello rappresentazionale. Massacrato a Venezia da una stampa italiana sempre più conformista e formattata sulle logiche espressive e comunicazionali della grande distribuzione, il suo regista esordiente, Ahmed Maher, classe 1968, si è assunto il coraggio e la responsabilità di sottrarsi a tutti gli obblighi che un Brunetta egiziano avrebbe potuto ricordargli, visto che il film, tra i più costosi nella storia del cinema egiziano, insieme a Yacoubian Building (Marwan Hamed, 2006) e Halim (Sherif Arafa, 2006), segna dopo diversi decenni il ritorno dello Stato al sostegno diretto alla produzione. Ma andiamo per ordine.

Al mosafer racconta in meno di due ore (ma sarebbero state due e mezza, senza le forbici sapienti di Roberto Perpignani) tre giorni della vita di un uomo sull’ottantina, Hassan. Tre giorni d’autunno incastonati in tre anni densi di significato per il mondo arabo: 1948, 1973, 2001. Ma il nostro narratore/viaggiatore (interpretato da Khaled El Nabawy nei primi due episodi, da Omar Sharif nel terzo) ha poca memoria e poco gli interessano storia e cronaca collettive: a malapena ricorda quello che è successo a lui, anonimo e mediocre impiegato postale. E sì che di occasioni ne ha avute per dare un senso alla propria vita. Almeno tre, appunto. Nel 1948, quando appena sbarcato a Port Said dal Cairo nel suo nuovo ufficio, intercetta per caso il suo primo telegramma, conoscendone per caso la splendida armena, Noura (la cantante libanese Cyrine Abel Nour), che l’ha inviato: la incontra su una nave da sogno ancorata a Port Said, la fa sua in un impeto folle, finisce in mare e, riavutosi dall’incidente, la ritrova sposata al destinatario del telegramma, l’orchestrale Ali, e reagisce per frustrazione, incendiando la nave e provocando indirettamente la morte del rivale. Nel 1973, ad Alessandria, quando quella che è probabilmente sua figlia riesce a trovarlo, precipitandolo in una situazione familiare parossistica - Noura è morta da anni, il fratello gemello è stato appena ripescato in mare annegato dopo un tuffo troppo pericoloso, e il migliore amico di lui, lo svanito e massiccio Gaber, vuole sposarla -: anche qui, lascia che le cose seguano il loro assurdo corso, perdendo anche la figlia. Nel 2001, infine, al Cairo, quando, ormai anziano e solo viene ritrovato dal nipote sulla ventina, che però assomiglia stranamente più ad Ali che a lui: tutto quello che riesce a fare è cercare di iniziarlo all’età adulta facendolo pestare da un truce organizzatore di combattimenti di galli, accompagnandolo poi in una clinica estetica dove una giovane chirurga – che ha le fattezze di Noura e della figlia – accetta di operare il ragazzo per farlo somigliare a lui, salvo cambiare idea all’ultimo minuto.

Com’è evidente, Al mosafer è un film tanto impossibile quanto inutile da raccontare. Del resto, anche la partita della narrazione è giocata con una libertà che rischia l’antieconomia, lo spreco, l’accumulo di situazioni gratuite. Al termine del viaggio in questi tre giorni, il narratore, inetto come solo gli antieroi della letteratura primonovecentesca sanno essere, si ritrova con un pugno di mosche in mano, solo di fronte a se stesso e ai fantasmi di una vita mai veramente vissuta. Eppure, in questa parabola esistenziale desolante, lo spettatore non percepisce il senso del tragico. Forse, perché travolto dall’euforia, febbrile e barocca, di uno sguardo d’autore che non sostiene né capitalizza l’economia dell’intreccio, ma gioca con i suoi materiali (personaggi, luoghi, azioni), riassemblandoli in simmetrie e arabeschi allucinati. Basta il primo episodio, così ostentatamente artificioso nella sua estetica da Hollywood sul Nilo (ma c’è dentro il Fellini di E la nave va, oltre allo Chahine della quadrilogia alessandrina…) per far deragliare subito lo spettatore da ogni ancoraggio naturalistico: a chi può sa e riesce non rimane che abbandonarsi al piacere paradossale di contemplare lo spettacolo, fra posticcio e pastiche, del fallimento di questo antieroe senza qualità, altrimenti si può accomodare meglio la schiena sulla poltrona oppure ancora lasciare la sala.

Occultati nella fantasmagoria dell’apparato scenografico (gli interni sono ricostruiti con una dovizia d’altri tempi, gli esterni scelti con felice ispirazione), coperti in parte dallo splendore visivo delle luci (ad accenderle c’è il nostro Marco Onorato), nascosti dalla ricorsività di episodi che scandiscono il racconto (tre incendi, tre feste, tre salti in mare), i riferimenti diretti e indiretti allo spirito del tempo (i roaring forties prenasseriani, il senso di perdita post-Guerra dei Sei Giorni, l’involuzione teocratica del quasi-presente) galleggiano nella macchina della memoria, messi in circolo più come ennesimo materiale discorsivo che come dazio pagato alla necessità di ancorare micro e macrostoria. In tutti e tre i segmenti, infatti, lo scarto della scommessa estetica è talmente esorbitante da travolgere ogni funzionalità simbolica. Rimane, con Al mosafer, la traccia forte di un cinema di regia (tutto virtuosismi ed eccessi, scarti e rotture), in cui il nome dell’autore precede ogni altro cartello nei titoli di testa, che rovescia per una volta il predominio del verbale (la sceneggiatura) sull’immagine, e del casting (i divi) sulla performatività, così dominanti nel cinema egiziano mainstream, e lo fa, sublime paradosso, con i soldi dello Stato, inaugurando un singolare circolo virtuoso che ci auguriamo possa essere sostenuto e raccolto in patria non solo dai critici illuminati come Samir Farid (che ha scelto la sceneggiatura) o dagli amministratori coraggiosi come Ali Abu Shadi (che ha sovrinteso alla produzione) ma anche dal pubblico. Non sarà facile, perché Maher si è gettato senza paracadute fra le braccia dei suoi spettatori: ce ne vorranno molti per rendere morbido l’atterraggio.

Leonardo De Franceschi | 20. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Vai all’intervista con Ahmed Maher.

Cast & CreditsAl mosafer/The Traveller
Regia: Ahmed Maher; sceneggiatura: Ahmed Maher; fotografia: Marco Onorato; montaggio: Tamer Ezzat; sonoro: Francesco Cucinelli; scenografia: Onsi Abou Seif; costumi: musiche: Fathi Salama; interpreti: Khaled El Nabawy, Cyrine AbdelNour, Omar Sharif, Amr Waked, Sherif Ramzy, Dorra Zarrouk; origine: Egitto, 2009; formato: 35 mm, 1:2.35, Dolby Srd; durata: 110’; produzione: Ali Abu Shadi per Culture Development Fund.

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