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2010: L'Africa torna a Cannes

di Leonardo De Franceschi

Sulla Croisette a caccia di immagini dal continente nero

L’Africa batte un colpo alla 63. edizione del Festival di Cannes (12-23 maggio). Era da ben 13 anni che un regista del continente nero non era in lizza per la palma d’oro: l’ultimo fu infatti Idrissa Ouedraogo con il visionario Kini & Adams, girato in Zimbabwe. Questa volta tocca al ciadiano Mahamat Saleh Haroun, scoperto e premiato da Venezia con Bye bye Africa (1999) e definitivamente accolto quattro anni fa nell’elite del cinema contemporaneo con Daratt-Il tempo del perdono, Gran Premio Speciale della Giuria. Un homme qui crie (…n’est pas un ours qui danse – la citazione, molto nota, viene da Cahiers d’un retour au pays natal di Aimé Césaire) è una nuova meditazione sul rapporto padre/figlio (dopo Abouna e lo stesso Daratt), ambientata durante la guerra civile, e incentrata sulla liquidazione di un hotel di lusso, che sconvolge il suo vecchio istruttore di nuoto (il volto e l’espressione severa sono quelli di Youssouf Djaoro, già protagonista di Daratt).

Ma in competizione torna anche Rachid Bouchareb, dopo il successo quattro anni fa di Indigènes/Days of Glory con un film che ne riprende in qualche modo la tematica, costituendone un ideale sequel, a partire dal cast, centrato ancora sulle star franco-maghrebine Sami Bouajila, Jamel Debbouze e Roschdy Zem. Hors la loi segue le vicende di tre fratelli, fra la Parigi dei primi moti per l’indipendenza algerina seguiti all’eccidio di Setif e l’Indocina pre-Dien Bien Phu. Grande attesa per il 21 maggio, giorno della proiezione ufficiale e della cerimonia in memoria della vittime della guerra d’Algeria, voluta per spegnere le polemiche preventive suscitate dalla destra nazionalista francese sulla rilettura storica di Bouchareb. Quasi in osservanza a una sorta di par condicio nell’orrore, a Hors la loi e al massacro di algerini compiuto nel maggio 1945 dai pied noir francesi, risponde Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois, ispirato al rapimento di monaci cistercensi compiuto nel 1996 da un commando di terroristi nel villaggio algerino di Tibhirine.

Curiosità per il ritorno di Olivier Schmitz, esploso ventottenne nel 1988 con Afrikander (Mapantsula) - il primo film sudafricano antiapartheid ad essere distribuito internazionalmente (persino in Italia!) - e poi tornato nel 2000 alla ribalta con un thriller meta cinematografico come Hijack Stories: coproduzione Sudafrica/Germania, il suo Life, Above All, tratto dal romanzo del canadese Allan Stratton, torna sulla tragedia dell’AIDS in Africa, le sue conseguenze sui bambini e le pregiudizi subiti dai malati. Due titoli, nella Quinzaine diretta da Malik Chibane, insistono sull’Africa dei quartieri popolari e della marginalità sociale, ma sempre alla ricerca di una via di riscatto, che sia la musica, sulla scia di un gruppo di successo (Benda Bilili!, dei francesi Renaud Barret e Florent de la Tullaye, girato a Kinshasa) oppure l’incontro con la cinepresa di un film maker europeo (Todos vós sodes capitáns, del franco-spagnolo Oliver Laxe, girato fra i bambini di strada di Tangeri).

C’è spazio anche per la storia, con uno dei piccoli capolavori del regista di Al momia, Shadi Abdel Salam. Il corto The Eloquent Peasant (1970), rimesso a nuovo grazie alle cure della Cineteca di Bologna e gli auspici della World Cinema Foundation di Scorsese, è tratto da uno dei più antichi documenti cartacei della cultura egizia (risalente alla IX-X dinastia), e riprende l’aneddoto del contadino punito ingiustamente da un amministratore corrotto che ottiene giustizia dal signore delle terre, grazie alla sua eloquenza. A Cannes Classic, presente Anjelica Huston, verrà presentata anche la copia restaurata de La regina d’Africa (1951), kolossal esotico di John Huston, e veicolo eccezione per due star sulla via del tramonto (Humphrey Bogart, premiato con l’Oscar, e Katherine Hepburn).

Come ogni anno, ospiti, cineasti e critici col mal d’Africa si danno ideale appuntamento al padiglione Les cinémas du monde del mercato, cui quest’anno fanno da padrini Sandrine Bonnaire e il regista cambogiano Rithy Panh: tra i film presentati, il primo lungo della keniota Wanuri Kahiu, From a whisper (2009), che rivisita l’attentato terroristico del 1998 a Nairobi, vincitore di ben 5 African Movie Academy Awards. Ma novità sono previste anche da Mozambico, Niger e Togo.

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