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Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

di Isotta Toso

Ridateci Amedeo, anzi Ahmed

Dal 14 maggio, esce nelle sale italiane Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, opera prima di Isotta Toso, tratta dall’omonimo, felice e fortunato, romanzo dell’algerino Amara Lakhous, ormai romano d’adozione, pubblicato nel 2006 e vincitore dei premi Flaiano per la narrativa e Recalmare-Leonardo Sciascia. Girato a Roma per otto settimane nell’autunno 2008, fra l’Esquilino, il centro della capitale e il mercato del pesce di Guidonia, il film viene distribuito da una piccola società, la Bolero Film, in circa quindici copie. In considerazione del fatto che si tratta di un’opera prima, prodotta con il sostegno del MiBAC e di Rai Cinema ma da una produzione (la Emme) che aveva alle spalle solo altri due film italiani dai costi contenuti, verrebbe da non infierire. Il meno che si possa dire, a mo’ d’esordio, è che la giovane Toso e il suo pool di sceneggiatori hanno sostanzialmente perso una bella scommessa.


Trailer fornito da Filmtrailer.com

Il plot del film – la distinzione, come si vedrà, è d’obbligo – ruota intorno alle vicende di un condominio popolare di piazza Vittorio, specchio e metafora di un quartiere che negli anni è diventato il cuore multietnico di Roma. Su tutti, italiani e immigrati, tiranneggia la vecchia portiera napoletana Benedetta (Isa Danieli), ossessionata dalla pulizia dell’ascensore. Alcuni, come Amedeo (Ahmed Hafiene) ne assecondano con pazienza le piccole manie, rinunciando a prenderlo. Altri, come Lorenzo detto il Gladiatore (Marco Rossetti), se ne fanno ostentatamente beffa, ci fumano dentro e lo sporcano apposta. Altri ancora, come il professore nordista di diritto Antonio Marini (Roberto Citran), vorrebbero far approvare un decalogo sul suo corretto utilizzo.

Ma lo scontro di civiltà per l’ascensore è solo la spia di un malessere quotidiano che grava sulle esistenze di tanti inquilini, dal passivo e frustrato Marco Manfredini (Daniele Liotti) che ha rinunciato a vivere dopo la morte in carcere per suicidio del padre, alla coriacea profuga iraniana Nurit (Serra Yilmaz) che lotta per ottenere lo status giuridico di rifugiata, dalla malinconica Giulia (Kasia Smutniak) che cerca confusamente di realizzare le proprie ambizioni di fotografa e scuotere Marco dal suo torpore, all’ingenua Maria Cristina (Kesia Elwin), una ragazza madre ecuadoregna che sogna di trovare un compagno per mettere su famiglia. Tutto questo microcosmo va in frantumi quando il Gladiatore muore, proprio sull’ascensore, in circostanze oscure e il commissario di zona (Paolo Calabresi) pensa di aver trovato un colpevole ideale in Amedeo, soprattutto quando scopre che nasconde la sua vera identità. Si sbaglierà, naturalmente, e lui per primo, come tutti gli altri, dovrà fare i conti con la faccia nascosta della verità.

Fin qui l’intreccio, ripercorso omettendo particolari utili a disvelare l’epilogo. Ora, posto che un film è un film e un romanzo un romanzo, e mi guardo bene dal rimproverare agli autori del film di non essere stati fedeli – alla lettera? allo spirito? poco importa – del romanzo, le valutazioni, parzialissime e partigiane, che seguiranno non possono non essere influenzate dal fatto che considero Lakhous una delle voci (insieme a Igiaba Scego e Cristina Ali Farah) più limpide e originali del panorama della letteratura italiana dell’immigrazione, e Scontro di civiltà come un salutare controcampo sull’Italia contemporanea, colta nelle sue piccolezze più farsesche che tragiche. Molta della feroce energia dissacrante e della lacerante trascrizione di un’esperienza d’esilio sono andati persi nel passaggio dalla pagina allo schermo. Ma a colpire negativamente è la constatazione che nella trasposizione – resa difficoltosa (di qui la scommessa) dal fatto che si tratta, a suo modo, di una sorta di romanzo epistolare, o confessionale, a più voci, alla Rashomon, senza un vero e proprio plot – si siano operate scelte sceneggiatoriali che hanno avuto l’effetto di marginalizzare e ridimensionare il personaggio di Amedeo/Ahmed, narratore per così dire privilegiato del romanzo, depositario ultimo dell’ethos e del vissuto dello scrittore algerino.

Non raccontare, come fa Lakhous, sia pure per accenni, quali sono i ricordi che Amedeo vuole lasciarsi alle spalle – esperienze dolorose che ci richiamano alla sanguinosa stagione del terrorismo islamico in Algeria –; trasformare, in una sequenza infelice soprattutto sul piano del sonoro, il suo ululato liberatorio in una specie di canto vagamente assimilabile al richiamo del muezzin; soprattutto, farne, da uomo almeno sentimentalmente realizzato, una sorta di creatura asessuata e dedita a una sorta di compassione generalizzata da buon samaritano: sono tutte opzioni che vanno nel senso di una normalizzazione del romanzo di Lakhous, trattato alla stregua di ricettacolo di personaggi e situazioni narrative, buone per un trattamento da mediocre cucina. In troppi film hollywoodiani abbiamo visto personaggi di neri spostati verso i margini della diegesi e soprattutto esclusi dalle dinamiche erotico-amorose del plot – perché tutto sommato un nero (qui un immigrato arabo che si fa passare per italiano ma fa lo stesso) sta un po’ più simpatico se si tiene alla larga dalle donne bianche – per considerare questa opzione sceneggiatoriale come innocente. Vogliamo poi parlare del sottile paradosso che ha portato gli autori a scegliere per questo personaggio – che vive sulla sua pelle l’esperienza di farsi passare da italiano, lui che viene da un paese martoriato come l’Algeria – probabilmente il più sensibile interprete nel panorama attoriale nordafricano, vale a dire il tunisino Ahmed Hafiene (anche se in Italia lo si conosce solo per La giusta distanza e La cosa giusta), e poi a doppiarlo? E non ci si dica che non si poteva ottenere da lui un italiano senz’accento, come tempo addietro riuscì Maselli con Nastassja Kinski (in L’alba, del 1991) e più di recente la Comencini con Aissa Maiga (in Bianco e nero).

Le opzioni in questione sono spie di un’incertezza strutturale che ha caratterizzato sceneggiatori e regista nella stessa tessitura emozionale ed estetica del film, che oscilla fra l’iperrealismo da thriller di certe situazioni, il fastidioso lirismo di altre, e una patina da commedia all’italiana, riformattata nell’accezione della fiction televisiva. Accade così che, accanto a buone intuizioni, come quella di inventare un appartamento cinese e costruirci intorno una gustosa sottotrama, conviva per esempio un’improponibile scansione in capitoli con data e ora, da noir classico. La stessa buona prova di alcuni interpreti – Serra Yilmaz, attrice feticcio di Ozpetek – si scontra con la sentenziosità di numerosi passaggi dialogici. La regia della Toso non regala impennate di particolare originalità. Lo score – firmato da Gabriele Coen e Mario Rivera – presenta diversi passaggi interessanti ma è stato usato con fin troppa generosità nell’annaffiare le sequenze a più alta tensione drammatica.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsScontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio
Regia: Isotta Toso; sceneggiatura: Maura Vespini, Isotta Toso, dal romanzo omonimo di Amara Lakhous (e/o); fotografia: Fabio Zamarion; montaggio: Patrizio Marone; musica: Gabriele Coen e Marco Rivera; scenografia: Anna Forletta; costumi: Eva Coen; interpreti: Kasia Smutniak, Daniele Liotti, Serra Yilmaz, Ahmed Hafiene, Marco Rossetti, Kesia Elwin, Milena Vukotic, Luigi Diberti, Roberto Citran, Francesco Pannofino, Ninetto Davoli, Fabio Traversa; origine: Italia, 2010; formato: 35 mm, colore; durata: 100’; produzione: Maura Vespini e Sandro Silvestri per Emme, con Rai Cinema, con il contributo del MiBAC e della Regione Lazio; distribuzione: Bolero Film; sito ufficiale: scontrodiciviltailfilm.it

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