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venerdì 14 aprile 2017

Cannes 70: un'opera prima dall'Algeria

Un’altra buona notizia dal prossimo Festival di Cannes (18-27 maggio): nella sezione Un Certain Régard sarà presentata anche l’opera prima del regista algerino Karim Moussaoui: En attendant les hirondelles, il cui progetto era stato presentato nella sezione Open Doors del Festival di Locarno 2016.

Algeria, oggi. Passato e presente si intrecciano nelle vite di un ricco promotore immobiliare, di un neurologo ambizioso inseguito dal proprio passato e di una giovane donna in bilico fra ragione e sentimento. Tre storie che ci fanno penetrare nell’anima della società araba contemporanea.

Nato nel 1976, Karim Moussaoui ha realizzato alcuni cortometraggi di successo: PETIT DEJEUNER (2003), CE QU’ON DOIT FAIRE (2006) e LES JOURS D’AVANT (2013), selezionato per il César al miglior cortometraggio nel 2015. Membro fondatore dell’Associazione culturale Chrysalide, per la promozione del cinema, Moussaoui è responsabile della programmazione cinematografica dell’Istituto Culturale Francese di Algeri.

Qui di seguito le note di regia:

"Nel 1990 l’Algeria ha attraversato una guerra civile senza precedenti. Per dieci anni c’è stato un conflitto tra gruppi armati e l’esercito. Il combattimento ha lasciato 200.000 morti e decine di migliaia di sfollati dalle loro case in zone ad alto rischio. Inoltre l’economia del paese, già tesa dal forte calo del prezzo del petrolio, è crollata completamente. Questa grave situazione è durata fino all’inizio degli anni 2000, ma per noi il nuovo decennio ha portato con sé la speranza di cambiamento. Potevamo superare questa tragedia nazionale? Abbiamo deciso di credere di poterlo fare: dopo aver visto la morte da vicino, stavamo per aggrapparci alla vita. Abbiamo voluto lavorare, seminare e mietere il raccolto, l’amore.

Ho pensato che sarebbe stato sufficiente per noi amare la vita, perché la vita ci amasse. Gli anni 2000-2010 hanno visto i prezzi del petrolio raggiungere i massimi storici. Beni di consumo sono stati importati in quantità da record e gli algerini hanno scoperto il piacere dello shopping e del consumo di massa. Nonostante la prosperità finanziaria e un livello finora sconosciuto di vita, tuttavia, un altro tipo di disagio persiste immutato - il tipo che rimane per sempre, senza mai imparare dagli errori del passato. Siamo stati coinvolti troppo in fretta nelle nuove delizie scoperte nonostante (o a causa della) globalizzazione, e così ci abbuffiamo senza risparmiarci di tutto ciò che può farci dimenticare i traumi del recente passato.

Questo è il contesto in cui si svolgono le storie del mio film. In primo luogo sono storie sociali, di persone comuni che vivono vite ordinarie. La sceneggiatura sviluppa una serie di ritratti di uomini e donne che vengono a patti con la vita quotidiana e la storia recente dell’Algeria. Essa porta sullo schermo le aspirazioni della gente ad una vita migliore (tramite il loro desiderio, volontà e strategia), e insieme gli ostacoli contro la realizzazione effettiva di tali aspirazioni. L’idea è quella di permettere allo spettatore di intravedere il tipo di situazione di stallo sociale che può derivare da un sistema puramente funzionale e da un pensiero contraddittorio. Allo stesso tempo, l’intenzione è quella di ritrarre le relazioni tra uomini e donne, i loro posti individuali all’interno della società, e di individuare le loro responsabilità nella costruzione della società algerina moderna, nel lavoro verso un cambiamento per il futuro. I miei personaggi sono ad un punto di svolta nella loro vita personale, ma non sono e non vogliono essere attori del cambiamento".

[Maria Coletti]

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